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AuroraSunrise - 1h 46'
Regia: Friedrich Wilhelm Murnau Nel 1927 il regista tedesco emigrato in America Friedrich Wilhelm Murnau realizza la prima di tre pellicole di un
contratto che lo lega alla Fox. E’ arrivato nel nuovo mondo grazie alla fama dei suoi film espressionisti: grazie a titoli come Nosferatu,
L’Ultima Risata, e Faust la giovane Hollywood lo ha accolto a braccia aperte, come un maestro della settima arte, senza
richiedergli la gavetta necessaria ad altri suoi colleghi. Murnau è un esteta, uno sperimentatore, un genio dell’immagine. La sua
breve parabola si conclude con una morte prematura, a 42 anni, mentre si reca in auto alla prima newyorkese di Tabù, il suo ultimo
capolavoro. Il suo primo film americano, Aurora, considerato da Truffaut "il più bel film della storia del cinema", torna adesso
nelle sale italiane in edizione restaurata, prima dell’uscita in dvd. Si è trattato di un restauro particolarmente difficoltoso, realizzato
dal British Film Institute, dall’Academy Film Archive e dalla Fox. In assenza del negativo originale - che era comunque rovinato, come
si nota dai graffi e dalle imperfezioni della pellicola - si è lavorato a partire da una copia americana del 1936. Col confronto e l’integrazione
di varie copie europee è stato possibile ricostruire il film nella sua versione più completa, recuperando anche la colonna sonora originale
realizzata successivamente.
Vedere oggi Aurora lascia semplicemente senza fiato. Il cinema gridato dei nostri tempi, a confronto con questo gigante del muto, ci appare povero di idee e sentimenti. E Norma Desmond forse non aveva tutti i torti quando in Viale del Tramonto affermava a proposito degli attori "noi non avevamo bisogno di dialoghi. Noi avevamo il volto". Raccontandone la storia, Aurora ci appare come mélo neanche troppo originale: un giovane e aitante contadino, sposato e con una figlia piccola, viene portato sulla cattiva strada da una signorina di città. Travolto da questa storia di puro sesso e dai piaceri che l’esotica dama gli lascia intravedere nella vita cittadina, arriva sull’orlo dell’uxoricidio. Ma giunto al dunque non ce la fa, e nel corso di una giornata trascorsa insieme proprio nella peccaminosa città, marito e moglie si riscoprono innamorati, di un amore vero e forte. Mentre pacificati tornano a casa in barca, sembra che il destino voglia giocar loro un’ultima beffa, facendoli naufragare. Ma dopo una notte di paura e di strazio, l’aurora che sorge è letteralmente l’alba di una nuova vita per la giovane coppia. Chi ha criticato le campane di Le Onde del Destino sappia che è da questo film che Von Trier le ha riprese. E la sua era al tempo stesso
una citazione, un omaggio e un plagio, perché chiunque ha visto Aurora ed ha sensibilità e talento, prima o poi finisce quasi inevitabilmente
per copiarlo. Quello che stordisce nel film è la continua alternanza di emozioni provate dai protagonisti e di conseguenza dallo spettatore. Nella
loro giornata decisiva, i due nascono e muoiono più volte, provando in poche ore le esperienze di una vita intera. Murnau passa senza soluzione di
continuità dal riso al pianto, attuando una contaminazione di generi antelitteram: mélo, giallo, noir, commedia brillante, slapstick, musical. Senza
mai far prevalere l’uno a spese dell’altro, ma sposandoli alla perfezione, dà del cinema una lettura a 360 gradi, ne fa uno specchio della vita che
si permette le libertà che non sempre questa può darsi. Visivamente, il film è un trionfo di effetti ottici, sovrapposizioni, invenzioni. Perfino
le didascalie, che Murnau odiava e avrebbe voluto evitare, vengono in alcuni casi integrate visivamente nella storia. Si liquefanno, si sciolgono,
salgono e scendono nell’inquadratura. Nonostante sia girato in America (e con scenografie interamente costruite in studio, il che ne spiega gli
altissimi costi), Aurora è un film universale. La città è volutamente anonima, ha forse un’aria più europea, nonostante il periodo fortemente
caratterizzato. Siamo nei ruggenti anni venti, con le maschiette alla Fitzgerald, donne spregiudicate e fumatrici, che adescano l’uomo con tutta
l’impudenza della loro manifesta sessualità. La musica e il divertimento regnano ovunque, appena due anni prima del crollo dell’illusione del benessere,
quando l’America capirà tragicamente che l’età dell’oro era solo un charleston ballato troppo velocemente, e Jay Gatsby organizzava le sue feste
faraoniche sull’orlo di un baratro.
Murnau racconta la sua storia muovendo la sua macchina da presa, facendole seguire l’azione, carrellando nella palude sulle tracce dei due amanti, servendosi del mezzo per portarci nel vivo del racconto. Restiamo col fiato sospeso all’avanzare del giovane verso la moglie con intenzioni omicide, proviamo pietà per lui, saliamo con la coppia sul tram dove due opposti stati d’animo all’andata e al ritorno danno vita a due dei momenti più intensi e commoventi della storia del cinema. Il lieto fine fu all’epoca molto criticato, e, in generale, il regista detestava i finali posticci che già allora Hollywood esigeva. In questo caso il romanzo da cui il film è tratto si concludeva con la morte della sposa. Ma almeno in questo caso la simpatia provata per i personaggi ci induce sinceramente a desiderare che tutto si risolva nel migliore dei modi. Come un sogno, o come la canzone del sottotitolo ("La canzone di due esseri umani"), questo film che racconta con l’energia febbrile e visionaria dell’attività onirica l’eterna ricerca della felicità da parte dell’uomo si conclude giustamente con una nota di gioia e di speranza. A noi spettatori moderni, dal gusto sciupato spesso da un cinema mediocre, finto e ripetitivo, non resta che prendere atto di una pura e semplice verità: in un’epoca in cui i film non avevano ancora imparato a parlare, erano in grado di farsi capire col linguaggio universale dell’emozione e dell’immagine, un’arte che sembra oggi dimenticata. Aurora esce adesso con sole otto copie in tutta Italia, ma continuerà la sua vita nei cineclub e nelle rassegne, e arricchirà molte videoteche private nella sua versione digitale. E’ auspicabile che queste iniziative si moltiplichino, e che più persone possibili ne fruiscano, accantonando pregiudizi e paure: il cinema muto parla, e Aurora è la poesia di questo linguaggio colto nel momento della sua massima espressione. © 2004 reVision, Daniela Catelli |
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