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La Musica nel Cuore - August RushAugust Rush - 1h 51'
Regia: Kirsten Sheridan Kirsten Sheridan torna a visitare la "sua" America. Lo aveva già fatto da adolescente quando,
da dublinese del 1976 e in coppia con la sorella Naomi, aveva firmato la sceneggiatura di In America
(2002) diretto dal padre, una toccante, realistica favola che narrava l’elaborazione della perdita di un figlioletto da parte
di una famiglia irlandese e dove il Nuovo Continente rappresentava la meta di un viaggio nell’utopia della speranza e di un
inizio di rigenerazione. Con La Musica nel Cuore – August Rush, la Sheridan passa per la seconda volta dietro la macchina
da presa (dopo l’inedito Disco Pigs del 2001) con l’ausilio di un copione firmato da Nick Castle (famoso collaboratore
di John Carpenter) e da James V. Hart.Presentato nella sezione "Première" della seconda edizione della Festa di Roma il film esibisce l’incantata fotografia di John Mathieson che inquadra con lo stupore della riscoperta i luoghi topici che hanno fatto entrare New York nel mito anche attraverso il cinema. E questo per narrarci di un incontro fatale e foriero di conseguenze per nulla felici. Louis Connelly (il bravo e carismatico Jonathan Rhys Meyers) è un chitarrista irlandese di musica country proiettato dentro gli ampi confini del Sogno americano, mentre Lyla Novacek è una violoncellista Usa, con un look che fa venire in mente la famosa violinista Anne-Sophie Mutter resa sullo schermo dalla dolce Keri Russell (questa vista recentemente nell’acre Waitress – Ricette d’Amore). E’ una di quelle magiche, cartolinesche notti invernali a Washington Squadre quando i due giovani musicisti si conoscono al termine di un loro concerto. Naturalmente nasce un amore a prima vista, preludio di immediati ostacoli. E’ il padre di lei, Thomas Novacek (William Sadler), a favorire la loro separazione, rivelando alla povera Lyla, nel frattempo rimasta incinta, che il figlio è nato morto. Dopo undici anni di sbandamento i due, ancora innamorati l’uno dell’altra, appaiono segnati dalla separazione forzata arrivando ad abbandonare lo loro passione musicale. Il frutto dell’equivoco voluto ce lo mostrano le prime, suggestive immagini del film: un bambino di undici anni, Evan Taylor, immerso in un campo di spighe di grano e mais e intento a dirigere un immaginario concerto, cullato da un soffice vento. L’orecchio assoluto è la speciale dote del piccolo orfano, preso in giro dai coetanei dell’orfanotrofio dove lo ha condotto l’intrigo del nonno. Convinto di aver ricevuto dai genitori mai conosciuti il proprio talento musicale fugge dalla sua prigione adolescenziale per andare a New York a cercarli. La sua incantevole testardaggine che resiste a tutte le disillusioni, è ben interpretata dal magnifico attore prodigio Freddie Highmore, già visto accanto a Johnny Depp in La Fabbrica di Cioccolato e Neverland: una presenza intensa e mai retorica. Leggere il mondo e il divenire delle cose attraverso il particolare sentire che solo la dimensione musicale può offrirci,
l’ascolto concretamente astratto della realtà e della sua natura più profonda: un tema caro a Shakespeare che questo film
lavora con sciolta e sobria efficacia, facendoci scoprire lo scenario della Grande Mela, il suo ormai epico ritmo quotidiano,
attraverso lo sguardo "musicale" del ragazzo protagonista, spingendoci a condividere il suo istinto di rabdomante del sound
familiare che lo conduce fino al posto dove un tempo i genitori si conobbero. L’occasione particolare dell’immersione in questa
metafisica della percezione (che involontariamente cita le intuizioni di John Cage musicista del Rumore) è sottolineata dall’incontro
con Maxwell "Wizard" Wallace detto il Mago (impersonato da un Robin Williams diabolicamente travolgente, dotato di orecchini
e cappello da cowboy), un bizzarro sfruttatore che costringe le sue giovani prede a chiedere l’elemosina esibendo il proprio
talento: e così il nostro novello Oliver Twist si trasforma in August Rush, nome impostogli dal suo perverso mentore.La narrazione dell’ingrato apprendistato è il centro patetico di questo film delicato ed elegante, che vive di musicali suggestioni ad incrocio, suggerendo come le traiettorie dettate dal destino possano condensarsi, trasformandosi in affinità elettive suggellate ed incoraggiate dalla grazia dell’ispirazione artistica. Così il piccolo Evan / August affronta i momenti di sofferenza (quando osserva la gioia di coetanei intenti a giocare coi genitori) e quelli, più esaltanti, che lo portano ad entrare nella più prestigiosa scuola musicale (la Julliard) a comporre una rapsodia poi selezionata per animare l’annuale appuntamento primaverile a Central Park. Riuscire a trasformare in partitura l’emozione provata ascoltando un Gospel in una chiesa è per l’enfant prodige motivo di trionfo. La Sheridan esemplifica in modo appassionato l’antica teoria che fa della musica un linguaggio universale, facendo interagire fanciulli di diverse razze, suggerendoci la necessità della scoperta felice delle diversità dell’Altro da noi, il bisogno di certe saldature esistenziali che debbono fondarsi sull’archetipo vivificato della famiglia, della tolleranza, dell’uguaglianza come antidoto al dissipatorio movimento unico del caos che ci travolge. Questo dare alla vita una qualità musicale, capace di legare ragione e sentimento, è la motivazione portante di questo film pudico e commovente, commentato dalla bella colonna sonora di Mark Mancina (insieme a Hans Zimmer, autore del principale tema strumentale) che sciorina l’orecchiabile sound delle sue efficaci canzoni. Un’esperienza di apertura e di speranza che rifugge dagli stilemi del mieloso film per famiglie, e comunque adatto al Natale, come lo erano i bei libri di Dickens, che raccontavano senza patetismo di cose patetiche, sotto gli alberi addobbati di una volta. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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