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Gli Amori di Astrea e CeladonLes Amours d’Astrée et de Céladon - 1h 49'
Regia: Éric Rohmer Accade raramente, ma accade, che il cinema sappia intercettare la frequenza segreta di
quella particolare dimensione, presente in ognuno, del tempo interiore. Così certo cinema invade la zona di quel vuoto che,
fin da bambini, ci dispone all’ascolto delle favole. Una zona dove il tempo oggettivo, che è il movimento incessante e logorante
della quotidianità, lascia spazio alle forme e ai colori del Mito. Come accade di fronte a certe opere d’arte, a certi quadri
o sculture, la profondità coincide con l’evidenza della superficie: è la condizione che ci regalano i capolavori. Bene, un
autore come Éric Rohmer sa ammaliarci così, guidandoci nello spazio/tempo di una rappresentazione al di fuori degli schemi
narrativi consueti, recuperando le forme primarie del racconto mitologico attraverso una immediatezza poetica che solamente
il cinema sa rendere flagrante. Accade in questo Gli Amori di Astrea e Céladon, visto durante l’ultima edizione del
Festival di Venezia. Un film miracoloso, la cui speciale intensità rimanda alle folgoranti illuminazioni che hanno saputo
regalarci Straub e Huillet filmando il movimento sospeso del tempo interiore, legandolo alla misteriosa dinamica della natura
presente nelle cose e negli uomini (così il ricordo della liberatoria esperienza dello splendido Quei Loro Incontri,
visto nella precedente edizione veneziana, si sovrappone al sentimento di perdita procuratoci dalla scomparsa di Danièle,
animatrice della coppia, avvenuta l’anno scorso).
Tornando a Rohmer, la sua indagine di cineasta volta a scovare le possibilità narrative dell’insondabile, dei tanti "raggi verdi" che invadono la dinamica stessa della quotidianità, lo pone come singolare esempio di poeta delle immagini – movimento. Il suo cinema ha raccontato attese e metamorfosi, il lato più esoterico della realtà contemporanea e di certe epoche della Storia, attraverso la ricerca di una dimensione estetica nutritasi di raffinati spunti letterari e pittorici, visualizzando l’astratto tempo del Mito in Perceval le Gallois, lo spirito del XVIII secolo ne La Nobildonna e il Duca (piegando la tecnologia digitale alle ragioni della pittura), la pagina scritta del racconto di von Kleist ne La Marchesa Von... recuperandone l’ironico spirito e, più di recente, la metafora di trame politiche legate alle derive dei sentimenti in Triple Agent. Un excursus personalissimo che ha creato un’immaginaria galleria di corpi e luoghi fantasmatici capaci di farsi concreta presenza in quella nostra dimensione segreta dove il tempo segue un particolare suo corso. Ora l’ultima sua opera si nutre della densità narrativa di un romanzo fiume del poeta seicentesco Honoré d’Urfé. "L’Astrée" venne pubblicato in cinque parti dal 1607 al 1627 e rimane un testo misterioso e impalpabile sul paradigma stesso del fenomeno amoroso, capace di enucleare, al pari di certe opere di Shakespeare, psicologie complesse e comportamenti rivelatori in personaggi assai vividi che, come i simboli, sanno apparirci riconoscibili e persino familiari. Col malizioso pudore del poeta, Rohmer evoca l’essenza di un erotismo incantatore, rappresentando quei nodi da lui sempre indagati che riguardano i movimenti della seduzione, del perdersi e del ritrovarsi nell’amore, con la stessa implacabile ironia usata nell’indimenticabile "divertimento" de La Mia Notte con Maud e di altre minimalistiche incursioni nelle pieghe di corpi e anime della gente comune. Anche nella semplice inquadratura di un seno può risiedere il valore ambiguo del sentimento di maternità e di possesso: l’eros come magia dell’io, viatico privilegiato per un colloquio col divino. Quella rappresentata da Honoré d’Urfé è una Gallia immaginaria che Rohmer sa rispecchiare negli ambienti naturali dove è andato
a girare, nel gusto di affidare ad una voce off il racconto, dando senso in più alle emozioni dei personaggi. Così, in una
foresta lussureggiante all’epoca dei druidi, si narra dell’amore pieno di purezza tra i pastori Céladon e Astrée. Un amore
degenerato nell’inganno per l’intervento di un altro giovane. Infatti Astrée, pensando che Céladon la tradisca (convinta di
vederlo con un’altra donna), lo abbandona al suo destino di amante disperato, finché egli, vinto dal dolore, si getta tra le
acque di un fiume. Ma il povero Céladon viene salvato da tre ninfe che lo curano in gran segreto conducendolo in un castello
vicino a quello dove vive Astrée. Liberatosi dalle salvatrici, avide di desiderio, all’amante non resta che riconquistare la
bella perduta, arrivando a travestirsi da donna pur di superare gli impedimenti del destino. Preda dell’inquietudine e del
rimorso, Astrée riabbraccerà il suo amato in un finale dove Rohmer mette in scena un teatro di metamorfosi gioiose, a celebrare
il mito di un amore spirituale che si fa carne e umori, in una rappresentazione di rara grazia espositiva.Una sinfonia pastorale accompagnata da canti sostenuti dal flauto, dagli armonici echi della foresta che fa da teatro alla vicenda, con i preziosi drappeggi esposti agli elementi delle diverse stagioni di una Natura che assiste implacabile allo sviluppo del conflitto e poi della riconciliazione tra gli amanti. Rohmer gira in presa diretta, tutto quello che coglie è l’essenza stilizzata del reale con una sensibilità densissima capace di proiettarci in una forma di linguaggio dove parola e immagine respirano la stessa aria. Da sottolineare la somma bravura di tutto il gruppo di attori che appaiono come rapiti dal talento visionario di Rohmer, come plasmati dal meraviglioso gesto di un cineasta che è ancora in grado di stupirci. In questa labirintica costruzione che è Gli Amori di Astrea e Céladon, in questo capolavoro di un autore assoluto giunto ai vertici della maturità, s’intravede la qualità geometrica e il gusto per le deviazioni di senso che ha fatto grande il cinema analitico di Hitchcock, demiurgo amato e studiato da Rohmer in gioventù. E’ la suspense della passione che rende eroici gli amanti del mito, disponendoli a quelle metamorfosi da sognare, vivendole, nel luogo della nostra personale ispirazione di spettatori. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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