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L'Assedio

1h 30'

Regia: Bernardo Bertolucci



L'Assedio inizia dove finiva La Strategia del Ragno, in quell'oscura linea di confine che continua ad esistere fra cinema e televisione, in una terra di nessuno che Bernardo Bertolucci si ritrova a percorrere per la seconda volta a distanza di trent'anni dalla prima. Destinati al piccolo schermo e prodotti da una rete televisiva (allora la RAI, adesso Mediaset), ma pensati e realizzati per il cinema, finiscono entrambi per essere normalmente distribuiti nelle sale prima ancora del loro passaggio televisivo, a conferma del valore dell'opera e, allo stesso tempo, di una barriera oggettiva (le aspettative ed i bisogni del pubblico televisivo) e soggettiva (la psicologia di un regista) difficile da superare. E' cosģ che questo nuovo lavoro televisivo di Bertolucci si trasforma in una scelta estrema, nella sottile sfida di girare un film in aperto contrasto con il mezzo al quale č destinato, non tanto per la scelta del supporto usato, la pellicola, quanto per un ritmo inusitato fatto di tempi dilatati ed assenza di dialoghi, ostico ed inaccessibile a quello che viene considerato il tipico spettatore medio da prima serata.

Tratto dall'omonimo breve racconto dell'inglese James Lasdun, L'Assedio č a tutti gli effetti un progetto di Clare People, moglie del regista: sua la scelta del soggetto, suo il maggior contributo in fase di sceneggiatura, sua sarebbe dovuta essere la regia. Logiche produttive lo hanno poi fatto naufragare, cosģ come era concepito, dirottandolo verso Bernardo Bertolucci che, con un piccolissimo budget e meno di un mese di riprese, si č accinto a narrare l'assedio sentimentale di Mr Kinsky (David Thewlis, attore rivelatosi in Naked di Mike Leigh) alla bella Shandurai (Thandie Newton). Siamo in una Roma primaverile dei giorni nostri, in pieno centro storico. Qui, in una signorile palazzina di Piazza di Spagna, vivono Mr Kinsky e Shandurai: bianco, biondo, inglese, lui č un artista, un pianista con poca fiducia in sč stesso che vive dando lezioni private di pianoforte ai suoi piccoli allievi, i soli amici che abbia, nella grande e sontuosa casa ereditata da una vecchia e ricca zia; nera, africana, piena di fascino, lei č una profuga, scappata dall'Africa dopo l'arresto di suo marito, un dissidente politico. Ora Shandurai studia medicina e, nel frattempo, si mantiene tenendo pulita la casa di Kinsky, il quale, a poco a poco, la scopre, la conosce, se ne innamora, comincia a corteggiarla, dapprima delicatamente poi sempre pił dichiaratamente: all'inizio č uno spartito con sopra un punto interrogativo (la composizione per la donna che ama e che prenderą vita nel corso del film) adagiato sui vestiti di lei, nel suo armadio, che altro non č che un vecchio montacarichi fra i due appartamenti, poi un fiore rosso, infine l'aperta rivelazione del proprio sentimento, seccamente respinto dal rifiuto di una donna che fino a quel momento aveva sempre tenuto nascoste le ferite del proprio passato.

Amore come coinvolgimento assoluto, disponibilitą al sacrificio come suprema espressione di una passione estrema: non un subdolo calcolo, ma candide armi nascoste al di lą di un silenzio, dietro uno sguardo, armi l'uso delle quali significa scegliere di rinunciare a tutto, agli agi, ai propri beni, persino a sč stessi, pur di donare un po' di felicitą a chi si ama. Il risultato? Un sorriso, o forse un cenno di gratitudine, un messaggio di affetto, una notte d'amore, un legame indistruttibile, un risultato che resta comunque ignoto, dettato dall'instabilitą dei rapporti umani e dai casi della vita. Ma L'Assedio č soprattutto lo scontro fra due mondi sconosciuti, fra due culture lontane che si incontrano in una Roma multietnica, in gran parte irreale, che Bertolucci torna a filmare a venti anni da La Luna. Uno scontro a colpi di note: la preparazione classica di Kinsky da un lato (Mozart, Grieg, Beethoven), i ritmi dell'Africa dall'altro (Papa Wemba, Salif Keita, Ali Farka Toure). Una musica onnipresente che tutto avvolge, determinando lo svolgersi stesso delle azioni ed il susseguirsi degli eventi, finendo per mescolarsi e contaminarsi in una confusione/fusione di generi che č al tempo stesso confusione e fusione di culture, etnie, corpi ed anime. Una musica che non permette di essere relegata nel ruolo tipico della colonna sonora ma assurge a componente primario, a vero e proprio protagonista di un piccolo film grazie al quale possiamo finalmente riconciliarci con un regista ormai da troppo tempo prigioniero di produzioni faraoniche e che qui ritrova una libertą espressiva a lungo smarrita.

© 1999 reVision, Carlo Cimmino



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