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La Promessa dell'AssassinoEastern Promises- 1h 40'
Regia: David Cronenberg David Cronenberg è il regista della percezione. O meglio della perversione incalzante,
della deviazione perspicua del senso che diventa cinema: lo sguardo ottuso che perde l'orientamento, lo spazio limitante senza
punti di riferimento, con i personaggi cronenberghiani gettati in un mondo altro, alieno, lontano da quello comune. Il cinema
di Cronenberg si unisce alla perversione letteraria di William Burroughs e James Ballard, fa il copia ed incolla con due titoli
esemplari, Il Pasto Nudo e Crash. Cronenberg, già ai tempi di La Mosca e Videodrome, racconta storie
di seducente mutazione. Negli ultimi anni, con A History of Violence e con La Promessa
dell'Assassino, sostanzialmente un dittico sulla presenza pervasiva del Male nella società fintamente civile contemporanea,
Cronenberg figura, con doti da entomologo scrupoloso, le zone buie non morte dell'anima umana, per dire “quelque chose”
sulla assoluta banalità del Male. Non solo che il male può esser fatto tutti i giorni dai cattivi di turno, ma anche da un buono
nelle vesti di malvagio e viceversa (tanto per perdersi ancora). In questo film c'è un momento che "poteva" esser chiave e non
si sa bene se lo sia davvero o se sia gettato lì come altri elementi. Vale a dire i minuti in cui Nikolai/Viggo Mortensen rivela
la propria identità ed è al contempo sollevato dall'incarico di infiltrato perché accusato di aver ecceduto nell'immedesimazione
al ruolo. Ed è anche vero che Mortensen risponde che solo spingendosi fino al vertice/vertigine (di quel Male) avrebbe potuto
eliminarlo, o solo controllarlo. Così in sostanza la "promessa esterna" (più che semplicemente "orientale", dell'"Est") parla
di viaggio verso l'altrove, percorso nella pelle di un altro, nella carne di un essere diverso. Per questo il passaggio recente,
"obbligato", in Spider – Ragno, laddove l'assunto principale è schiettamente la percezione aumentata
perfino malata del sé e del mondo circostante.
Cronenberg non poteva che finire in un racconto di (pluri)familiarità, nel senso che è
la famiglia a fare da trait d'union alle storie che derivano. Una paternità infame e violenta, una maternità atroce e
subita, un ruolo di figlio compromesso dal codice d'onore della mafia e quindi dalla automatica appartenenza. E c'è anche un
ambiente trasfigurato, come nei migliori noir, e la scrittura è di Steven Knight, stesso autore di Dirty
Pretty Things, diretto da Stephen Frears, uno dei più intelligenti autori anglosassoni, il paesaggio urbano noto di
Londra, quasi arrivando a squarci degni di Edgar Allan Poe o Jack lo Squartatore. C'è poi la vera invenzione del ristorante
dove si cova il Male e del luciferino proprietario che è un rimando alla dimensione del diabolico che fa un po' pensare ad
Ascensore per l'Inferno (Alan Parker, 1987). Non lontana da quel film la navigazione a vista del personaggio principale,
qui più Viggo Mortensen che Naomi Watts, perché soltanto il primo ha già percorso la strada di pura follia, che si concretizza
à rebours, quando lo si (re)immagina durante lo squartamento matematico del cadavere con sigaretta spenta sulla lingua,
una sorta di ritorno a Quei Bravi Ragazzi. Citiamo anche Martin Scorsese perché le strade di questi due cineasti sembrano
avvicinarsi molto. Certo Scorsese è molto più "avanti" (in linea retta) e dopo Gangs of New York
sempre meno capace di riproporre una storia colma di dolore e violenza senza un filo di irridente sarcasmo. Cronenberg invece
si rivolge un po' indietro. Recupera proprio la dimensione più dolente della vita, diremmo quasi le ferite aperte da insondabili
vissuti, mettendo già l'accento sull'orrore della nascita, con un neonato francamente repellente e la cui salvezza è dovuta
subito alla morte della madre che si è sacrificata e sull'abominevole apparenza del Male che svela i suoi orrori che appaiono
come terribili incubi. In questo senso l'omicidio è mostrato nella mera dimensione di sopraffazione del prossimo. Se gli omicidi
operati con il taglio profondo della gola sono plateali e spettacolari (e perfino con un'inquadratura splatter, di effetto
speciale: il collo che si apre, sconquassato dalla lama), la lunga sequenza di lotta per la sopravvivenza di Viggo Mortensen
nel bagno turco ci riporta alla scena di macello di qualsiasi assassinio. La spettacolarità cede il passo allo strazio aperto
delle carni, alla lacerazione della pelle, al trafiggimento degli organi. In questa intensa scena possiamo cogliere appieno
l'assoluta brutalità dell'omicidio. Cronenberg ci riporta alla dimensione ansimante del corpo che si trascina per sottrarsi
al pericolo. E in questo senso siamo assolutamente vicini alla speculazione cronenberghiana sul corpo. Che qui inizia dagli
innumerevoli tatuaggi per finire drammaticamente sulla violazione totale dell'organismo.
© 2007 reVision, Andrea Caramanna |
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