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Aspettando La Felicità

Heremakono - 1h 35'

Regia: Abderrahmane Sissako



Nel titolo, bellissimo, ma anche ingannatore, in queste poche parole consiste la condizione umana. Di attesa, di speranza. Ma anche di sogno aperto verso la dimensione impossibile di trascendenza. Ciò che non può essere raggiunto come appagamento del sogno, e ciò che la vita offre: la vita appunto. Così la morte (non filmabile) produce solo l'assenza, la dura assenza del corpo. Per questo Sissako filma (solo) i cadaveri, come segno forte dell'assenza della vita dal corpo. E questa fine della vita produce un (ultimo) momento di luce. L'anziano Maata fulminato dall'elettricità fa aumentare la luminosità della lampadina, perché la corrente elettrica passa attraverso il suo corpo. La morte coincide con un sorprendente bagliore. Anche i due annegati muoiono nel tentativo di fuggire alla quotidianità del loro paese, una fuga più metaforica che concreta, dalla condizione umana. Sarà proprio l'anziano elettricista a definire una tesi chiarissima. A lui non piace viaggiare, mentre altri vagano in cerca dell'impossibile. Infine ancora semplicemente il vecchio, rispondendo alla domanda del nipote su cosa sia la morte, dirà :"moriamo tutti, uno dopo l'altro".
Il film di Sissako è, come l'indimenticabile La Vie Sur Terre, un'opera aperta. Non solo verso le percezioni sensibili di una terra e della sua popolazione, ma anche nei confronti dei sentimenti che dominano lo sguardo umano.
Lo scontro tra civiltà millenaria e civiltà moderna è prevalente. Il rapporto tra uomo e natura rimane sempre in equilibrio fino all'avvento della società "industriale". Non a caso il simbolo principale del film è la lampadina e l'elettricità, che poi è l'invenzione più importante della società industriale. Quella che cambia davvero tutti i rapporti. C'è una televisione accesa che nessuno guarda, anzi è guardata solo dal giovane Abdallah che ha lasciato il suo paese d'origine tanto che non sa parlare più la lingua locale. Ma i quiz della televisione francese sembrano in quel luogo solo un frastuono grottesco. Anche la luce che è portata nelle case altera i rapporti tra uomini e luce naturale. Il vecchio Maata dice: "Installo la luce, ma ne hanno veramente bisogno?". La corrente elettrica uccide ed è un'ipotesi subito immaginata, quando il ragazzino Khatra sale sui tetti per installare i cavi, laddove rischia per una semplice disattenzione di rimanere folgorato da una scarica elettrica (che è poi quello che succederà allo stesso Maata).

I segni della globalizzazione economica sono perturbanti. Un cinese vende alcuni oggetti curiosi al mercato locale, i mercanti tradizionali offrono stoffe bellissime dai colori sfavillanti. Il cinese canta una dolcissima canzone d'amore con il karaoke, mentre una ragazzina allena la voce istruita da una donna che canta e suona il tradizionale strumento a corde.
Aspettando La Felicità incontra gli uomini e le donne nei loro tempi diversi, l'impressione che l'Africa corra a due velocità opposte. Il tempo dettato dall'invasione esterna di immagini ed oggetti, dagli aerei che arrivano da ogni parte, i treni presi d'assalto dagli emigranti, le navi fantasma le cui sagome baluginano dal mare, e il tempo vissuto dai gruppi familiari, assorti nelle attività cicliche di sempre.
Aspettando La Felicità è una grande lezione di sguardo. Nell'immaginario televisivo cinematografico contemporaneo sembra non esserci più spazio per confronti diretti con altre possibilità di storie, di testimonianze dirette. Sissako ne rappresenta tante simultaneamente intrecciando i caratteri delle sue piccole storie, utilizzando solo precisi spostamenti del punto di osservazione, in un montaggio ellittico che regala il piacere di una discreta rivelazione. Si ha la sensazione di esser proiettati in un altro mondo "umano", dove occorre rispetto, concentrazione e dignità. Anche la lingua, i suoni, i colori, predispongono alla attenzione, alla pazienza (e per fortuna il film non è stato doppiato).
Il punto di vista si moltiplica arricchendo il film di motivi diversi, di letture incrociate. Come il lucernario attraverso il quale il giovane Abdallah guarda i passanti: solo i loro piedi.

© 2003 reVision, Andrea Caramanna