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King Arthur

2h 06'

Regia: Antoine Fuqua



Questo di Antoine Fuqua non è l’ennesimo adattamento per lo schermo del mito di Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, degli ideali cortesi o dell’utopia di Camelot e della monarchia ideale ma una sorta di "prequel" non autorizzato sulle gesta inedite dell’uomo che diventerà, un giorno, l’eroe del ciclo bretone, il garante del mondo cavalleresco e dei suoi ideali di prodezza, magnanimità e liberalità. Dunque il regista di Training Day, col supporto del produttore Jerry Bruckheimer e della sceneggiatura di David Franzoni (Il Gladiatore), ci presenta quella che viene definita la "vera" storia di Artù, capo integro e monolitico, metà romano metà britannico, di un manipolo di cavalieri Sarmati insuperabili nella battaglia.
Siamo nel V secolo d.C. e, mentre l’Impero abbandona la Britannia alla minaccia sassone, Lucius Artorius Castus si accolla la difesa di una terra di rara fierezza e ne diventa il sovrano per acclamazione di popolo. I feroci Sassoni, capeggiati da Cerdic (in una crudelissima ed efficace caratterizzazione di Stellan Skarsgård), avanzano portando violenza e devastazione e la tribù guerriera dei Woad, guidata da un Merlino non più mago ma generale, sembra aggravare la minaccia, almeno fino al raggiungimento di un’alleanza imprevedibile e vincente. Appoggiato da Lancillotto, guerriero razionale e lungimirante e messo di fronte alle sue origini dalla bella Ginevra, una valchiria scatenata di cui si innamora ricambiato, Artù sconfiggerà i barbari nella sanguinosa battaglia di Badon Hill e prenderà le redini di un Paese bisognoso di un capo.

Girato in Irlanda con accurata ricostruzione di scene e costumi, il film, violento ed epico, costato 140 milioni di dollari, si avvale di un montaggio emozionante che lo riallaccia, a ragione, alla tradizione delle grandi pellicole di battaglie all’arma bianca e di un cast di interpreti molto ben assortiti (anche se mancano i divi) riuniti intorno all'aitante Clive Owen.
Il film è, nel complesso, bello e ben girato anche se le varianti operate da un racconto ruvido e aggressivo che non lascia spazio a note stonate o ridondanti e le omissioni talvolta arroganti relative al dissidio interiore di Artù, alla sua visione idealistica del mondo e della missione, al suo amore per la pudica Ginevra e al legame di lei col cavaliere errante Lancillotto, non sempre si possono perdonare.

© 2004 reVision, Elisa Schianchi