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Il Mestiere Delle Armi1h 45'
Regia: Ermanno Olmi Nel testo c’è sempre qualcosa di troppo, qualcosa che rompe la continuità del dire, che propone vie di fuga
impreviste, capaci di capovolgere un pensiero che tende a produrre discorsi immobili, a stabilire l’univocità di un codice.
Eppure Il Mestiere Delle Armi sembra non trovare altra identità se non quella imposta da un codice che preferisce stabilire quella "solitudine
affollata" tipica di un pensiero incapace di conoscere altra comunicazione da quella intesa a soddisfare i bisogni, a dichiarare le relazioni
sociali e i ruoli assegnati.
La guerra che divide l’esercito pontificio di Giovanni dalle Bande Nere dai lanzichenecchi di Carlo V diventa così l’espressione di una follia
senza oggetto, capace di allucinare quei bisogni primari costituiti dalla bellezza, dalla giovinezza, dalla salute, dalla sessualità, di
spezzare quella religione della spontaneità, della libertà, della creatività che dovrebbe costituire il terreno comune sul quale costruire
l’ambivalenza dei propri itinerari.
Tutta la novità del Rinascimento, che costituisce l’approdo inevitabile di un pensiero che pensa la guerra come novità assoluta, si esaurisce
nella capacità del potere di disciplinare la dispersione del desiderio all’interno di un pensiero che si pensa progressista e razionale
in quanto espressione di un ordine necessario, dettato dal registro della realtà e non da quello dell’immaginario.
Ma questa riduzione di una simbolica ricca, qual’è quella caratteristica del Medioevo, all’interno di una logica povera, la logica dei segni,
rischia di allontanarsi troppo da quella verità che si oppone all’evidenza ingenua del mondo.
Ecco allora, a regolare il campo di gioco, intervenire lo stile rigoroso e opaco di Ermanno Olmi, quasi il mondo descritto ne Il Mestiere Delle Armi avesse bisogno di una modalità di funzionamento intesa a creare quella distanza capace di imporre la logica della distinzione, la logica del vero che non conosce il falso. Se l’irruenza, la forza vitale di Giovanni dalle Bande Nere pone esplicitamente il problema rappresentato dalla possibilità che la ragione "naturale" non serva ad altro, in fondo, che a presentare come indiscutibili le "funzioni" del sistema, in cui l’uomo consuma gli ultimi residui della propria spontaneità, lo stile di Ermanno Olmi pone esplicitamente il problema che inevitabilmente precede ogni discorso relativo alle istanze dell’individuo, il problema rappresentato dal privilegiamento dell’ideale filosofico, disinteressato alla politica, sull’ideale politico, inserito nelle cose del mondo. Ma l’uno e l’altro problema non sono altro, a ben vedere, che la traduzione di una simbolica ricca e articolata all’interno di un sistema di relazioni dove tutto è preordinato e la politica è tale perché riesce in qualche modo a tradurre un ordine incontestabile in una rete di relazioni simboliche intese come iscrizione degli individui in una scrittura che li renda leggibili. Per questo lo spettatore non è mai in grado di giocare un ruolo autonomo, all’interno del mondo de Il Mestiere Delle Armi: la sua sovranità,
infatti, non è in grado di incontrare, non direttamente almeno, corpi desideranti, che non si annullano in ciò che sono, ma tendono verso ciò che indicano.
Il codice che viene utilizzato, insomma, non è il "codice dello spettacolo", dove i personaggi mettono in scena se stessi e il proprio doppio, ma il
codice della produzione, dove tutto è espressione di una legge immutabile, iscritta nel nostro destino.
Quel che più colpisce, a questo punto, è il rigore con il quale Ermanno Olmi rischia continuamente di destabilizzare le istanze non scritte che
attraversano il linguaggio dell’immaginario.
Nella nostra società, infatti, resiste la convinzione che il desiderio possa ancora giocare un ruolo, impedire di consumare lo spessore delle immagini
che abitano un mondo che sembra imporre la dittatura del significante simbolico.
Il Mestiere Delle Armi ci ricorda, al contrario, che i codici che abitiamo hanno cessato di essere arbitrari, per impedire all’opacità del desiderio
portatore di guerre, di abbattimento dei valori, di dispiegare il proprio assurdo gioco, contrario ad ogni regola, ad ogni valore di scambio.
© 2001 reVision, Marco Marinelli |
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