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Ararat1h 56'
Regia: Atom Egoyan Il passato, la memoria. Sono elementi vividissimi nel cinema di Atom Egoyan. Elaborano sentimenti lancinanti, dalla ambiguità perversa
di un'immagine virtuale (Mondo Virtuale) alla palingenesi dell'anima umana attraverso la sofferenza e la solidarietà di un contatto (Il Viaggio di Felicia).Il ricordo dell'olocausto (qualunque olocausto) qui si scontra con l'indeterminatezza, la non identificabilità di una solida immagine. Il genocidio del popolo armeno (un milione e mezzo di morti) che si è dissolto nelle parole, nelle rievocazioni storiche ufficiali, perdendosi tra le varie fonti e gli schieramenti. Eppure Egoyan parte da una vicenda privatissima, da turbolenze molto intime. Nel racconto del film i fatti pubblici non sono solo intrecciati con quelli individuali, laddove è naturale che le storie personali poi diventino Storia, ma subiscono l'intervento attivo di una pervicace volontà di ricostruzione. Il regista Edward Saroyan (Charles Aznavour) e lo sceneggiatore Rouben (Eric Bogosian) lavorano su un processo di accumulazione di tracce in grado di confermare la tesi per cui l'offesa al popolo armeno non solo si è compiuta in modo tragico, ma ha sofferto un oblìo programmatico. Perfino la presentazione del film al festival di Cannes 2002 ha creato imbarazzi per i paesi coinvolti (soprattutto la Turchia). E anche nel film è Raffi, durante l'interrogatorio alla dogana, a ribadire le difficoltà di girare in territorio turco un film contro i turchi. Come si può chiaramente evincere Egoyan non "gira" attorno alla tesi, ma la rappresenta senza scrupoli. Con immagini cruente come il sangue dei cadaveri nelle impressionanti
battaglie, dove vediamo il corpo a corpo tra guerriglieri armeni e soldati turchi e più tragicamente le brutalità dei militari turchi sui civili comprese le
donne violentate che si aggrappano ai loro bambini.A parte la tesi sostenuta è impressionante la fatica stessa del tentativo di documentare, provare qualcosa. Per questo il film si concentra sui diversi aspetti di una ricostruzione visiva. E in questa nuova edificazione di un "reale" interviene una serie fittissima di "supporti": il libro, la sceneggiatura, la testimonianza diretta, la Storia dell'Arte, il dipinto di Arshile Gorky, la fotografia ritratto che è servita da modello, il video girato in Turchia nei pressi del monte Ararat, la pellicola. La ricomposizione è quanto mai laboriosa e difficile, poiché coinvolge le vicende presenti. Il dialogo tra Raffi e l'attore turco Ali conferma l'ipotesi di un conflitto sempre aperto tra popoli e l'inerzia verso il passato visto come qualcosa che non ci riguarda più di tanto. Il rapporto difficile tra Celia e Ani, il quale si concentra sulla falsificazione o meno di un altro importante evento: la morte del padre di Celia. Ed infine il pregevole senso metaforico dell'interrogatorio alla dogana tra David e Raffi. In questo caso vero e falso confliggono apertamente. Sembra un dialogo diretto, uno scavo psicologico per scoprire i punti sensibili dell'anima, come se le verità infine si svelassero in quella apertura smisurata verso la parola scambiata, affettuosa disposizione che solo in qualche caso può crearsi sinceramente tra padri e figli. © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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