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L'Ultimo AppelloThe Chamber - 1h 50' Dopo "Il socio", "Il cliente" ed "Il rapporto Pelican" un nuovo best seller di John Grisham
approda sul grande schermo: "The Chamber" ("L'appello"). A differenza delle precedenti opere dello scrittore, "The Chamber"
privilegia alla trama trainante e ai colpi di scena l'analisi psicologica dei personaggi, peculiarità questa che ne ha reso
particolarmente complessa la trasposizione cinematografica, ma che non ha scoraggiato lo sceneggiatore, William Goldman
(premio Oscar per Butch Cassidy e Tutti gli Uomini del Presidente) ed il regista James Foley (Who's That
Girl - Americani) che sono ugualmente riusciti a farne un film più che decoroso.
The Chamber, diventato nella versione italiana L'Ultimo Appello, si distingue da Il Socio e da Il Cliente, oltre che per l'allentata tensione, per la presa di distanza dall'ambito forense a favore di un'indagine sull'uomo e sul valore della vita umana. Senza dare giudizi, suggerendo più che imponendo spunti di riflessione, L'Ultimo Appello vuole infatti mostrare l'atrocità della pena di morte. Per far ciò ci conduce nelle carceri del Mississipi dove Sam Cayhall, un razzista accusato di infanticidio, è in attesa di venire giustiziato. Qui assistiamo all'incontro di questi con Adam Hall, suo giovane avvocato difensore, nonché nipote, e all'inizio di un travagliato cammino legale ed umano che porterà il giovane a fare i conti con un drammatico passato e il vecchio a riflettere sui propri errori. Protagonisti della vicenda sono Gene Hackman e Chris O'Donnell, cui si affiancano l'attore teatrale David Marshall Grant, nel ruolo chiave di un governatore in carriera combattuto tra la ricerca della verità ed il compromesso politico, e Faye Dunaway in un intenso cammeo. Se eccezionale è l'interpretazione di Hackman nei panni del fanatico uomo del sud accecato dall'odio razziale, ma nel profondo tormentato dal rimorso, piuttosto debole e di maniera è invece quella del giovane O'Donnell. Che dire della Dunaway? Nel dar corpo alla figura della figlia di Cayhall, una donna che cerca di arrestare con l'alcool il riemergere di dolorosi ricordi, è davvero straordinaria. Ma torniamo al film... Intento di Foley, impegnato in prima persona contro la pena di morte, è quello di dimostrare che, a prescindere dalla spregevolezza delle azioni di una persona, la pratica della pena di morte è un atto inumano ed incivile e una vergogna per un paese come l'America che si fonda su principi democratici. A tale scopo Foley dipinge Sam Cayhall come un uomo terribile sottolineandone, anziché edulcorarne, i difetti, per poi scoprirne gradualmente gli aspetti umani. Ed è proprio rivelandone l'umanità, pur non negandone le colpe, che il regista pone lo spettatore nella posizione di giudicare l'uomo e l'assassino, ma, prima che arrivi a formulare un verdetto, lo pone di fronte all'esecuzione del condannato... Quindi sposta la telecamera all'esterno dell'edificio carcerario ad inquadrare i 'bravi cittadini' che chiedono urlanti la morte del fantico razzista. Ne osserva i volti, gli occhi ferini assetati di sangue, quasi a dire: è un paese civile quello che rende i propri cittadini complici di un omicidio? Come si può considerare reato un atto contemplato dallo stato? Su questi velati interrogativi partono i titoli di coda... © 1997 reVision, Maria Stella Taccone |
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