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La Vita Segreta delle Api

The Secret Life of Bees - 1h 53'

Regia: Gina Prince-Bythewood



Chissà per quale spinta misteriosa verso l’"assoluto naturale" l’apicoltore protagonista de Il Volo di Anghelopulos (interprete un magnifico Marcello Mastroianni) si lasciava ammaliare fino a morirne dal fascino irresistibile dei suoi insetti. Forse a conquistare quel viaggiatore era la dimensione del silenzio di Dio, o meglio del suo ronzio incarnato in uno sciame. Viene in mente l’esistenziale metafora del maestro ateniese visionando la toccante opera seconda per il cinema dell’afroamericana Gina Prince-Bythewood. La Vita Segreta delle Api è un’esperienza struggente, una parabola esemplare sulla coscienza e le sue risonanze che prospetta il tema del viaggio come estrema possibilità di fuga dal dolore e di una liminare e limitata rigenerazione. Lo scenario è la Carolina del Sud, l’anno è quel 1964 in cui si condusse una delle tante battaglie sui diritti civili delle minoranze di colore la cui tappa decisiva si palesò nel fatidico 2 luglio quando l’allora Presidente degli Stati Uniti Lyndon Baines Johnson (il discusso seguace di Roosevelt che salì alla Casa Bianca subito dopo la tragica morte di Kennedy) approvò un disegno di legge annunciando in tv l’integrazione degli africani immigrati nella società americana di allora. La sua espressione rassicurante di contadino texano (il cui nonno cowboy diede il nome alla città di Johnson City) campeggia in una delle sequenze del film, sottolineandone l’ambientazione estiva. La protagonista si chiama Lily Owens, un’adolescente biondina interpretata dalla vispa e malinconica Dakota Fanning (ex bambina prodigio che si mostra pronta ad affrontare una lunga carriera, con i suoi promettenti quindici anni). Il film ci racconta (sulla base di una sceneggiatura che la regista ha desunto dal bestseller di Sue Mont Kidd) dei tormenti della ragazza, sconvolta dalla scena primaria di un tragico avvenimento familiare che l’ha vista protagonista, all’età di quattro anni, quando, afferrando una pistola durante una lite tra il padre e la madre, ha involontariamente ucciso quest’ultima, con un colpo partito accidentalmente.

Il genitore rancoroso e violento T. Ray (Paul Bettany) gestisce la fattoria rendendo la vita impossibile a chi gli sta accanto, compresa la governante di colore Rosaleen (che ha il volto della brava e sfortunata Jennifer Hudson, vincitrice non protagonista dell’Oscar per il musical Dreamgirls, e coinvolta il 24 ottobre dell’anno scorso in un’atroce vicenda di cronaca, l’omicidio della madre, del ventinovenne fratello e del nipotino rapito e poi assassinato). A lei capita di essere aggredita da un anziano fanatico razzista mentre si reca con Lily in città per iscriversi alla lista elettorale. Una volta in ospedale, la quattordicenne la convince a fuggire con lei in un viaggio dall’incerta rotta utile a scoprire il passato della defunta madre della ragazza. Seguendo il debole indizio di una Madonna nera, la coppia si reca nella città di Tiburon, in una casa color rosa dove vivono le sorelle Boatwright i cui nomi corrispondono ai mesi dell’anno. La maggiore delle tre, August (interpretata con maiuscola intensità dalla cantante Queen Latifah) è produttrice di una particolare confettura di miele che reca come marchio la cercata immagine della Madonna. L’azienda di famiglia è gestita pure dalle altre due sorelle, June (Alicia Keys, altra cantante prestata al cinema), un’insegnante di violoncello restia a sposare il fidanzato Neil (Nate Parker), e l’emotiva, fragile May (Sophie Okonedo, toccante nella sua palpitante interpretazione). In tale coinvolgente contesto familiare Lily elabora il proprio senso di colpa, mettendo a frutto, attraverso la sapiente guida di August, una decisiva propensione per le api. Dal canto suo, Rosaleen riuscirà a far rimarginare le proprie ferite, fisiche ed interiori, trovando conforto e protezione nella sua nuova famiglia dove contano la sacralità dei valori e delle tradizioni. Lily troverà, attraverso la relazione con Zach un giovane dipendente del mielificio ed aspirante avvocato (l’adolescente di colore Tristan Wilds, visto nella serie tv "The Wire"), un motivo che la lega alla città di Tiburon oltre ad un altro importante risvolto legato alla figura materna che non riveliamo.

La Vita Segreta delle Api si sviluppa armonicamente in una struttura drammaturgica assai solida alimentata da sequenze struggenti come quelle del rituale collettivo di preghiera di fronte all’icona sacra che è il viatico della ricerca da parte delle due protagoniste, o come quella dell’apprendistato di Lily che, guidata all’interno dell’universo delle api di August, prende consapevolezza del proprio "muro del pianto" attraverso l’esperienza dolorosa di May, sconvolta dalla perdita della sorella gemella April: un vero sentiero dell’espiazione, fatto di pietre e di ricordi laceranti.
Profondamente sentito dalle attrici che lo interpretano, il film è commentato da un’avvolgente ma non invasiva colonna sonora di Mark Isham e riscaldato dalla solare fotografia di Rogier Stoffers. La metafora che vi si adombra, quella della ricerca di una solidarietà emotiva nell’esperienza personale che sembra alludere alla necessità di una redenzione collettiva (è l’America di Obama che guarda al proprio ombroso passato, desiderosa di un riscatto agli occhi del mondo?), si scioglie nell’individuare come territorio privilegiato dell’empatia tra individui quello femminile, indicando a modello le morbidezze elegiache di Pomodori Verdi Fritti, sullo sfondo del profondo Sud echeggiante le scritture di Harper Lee e di Mark Twain. La spiritualità materna e quasi mistica di August, il sentimento distaccato di June e quello patologicamente empatico di May sono tre caratteri solo apparentemente inconciliabili che, quando appaiono in consonanza sembrano solidificarsi in un solo gruppo come api in un alveare. Appare invece destinato alla solitudine l’emblematico personaggio maschile del film, il padre di Lily, incapace di risolvere le proprie sofferte contraddizioni e a non riconciliarsi, fino al confronto finale, con la figlia (l’attore britannico Bettany lo incarna con vibrante autorità, restituendone l’addolorata debolezza).
"E’ tempo che io muoia, ed è tempo che voi viviate": è nella frase conclusiva della suicida May, destinata ad assumersi il peso e le responsabilità di traumi familiari, che questo commovente family movie (prodotto con partecipato scrupolo dai coniugi Will Smith e Jada Pinkett) trova il proprio fulcro, facendoci percepire quanto tortuosa sia ogni elaborazione della colpa e quanto impervio ogni tentativo di riscatto esistenziale.

© 2009 reVision, Francesco Puma