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La Guerra Degli Antò

1h 38'

Regia: Riccardo Milani



E' ancora un cinema italiano prigioniero del bozzettismo da pianerottolo, quello di La Guerra Degli Antò, una commedia giovanile (brutta parola) che non dissimula nemmeno per un istante la propria disarmante pochezza. Il regista Riccardo Milani s'attarda malamente per la durata della pellicola a brancicare un'esile trama imbastita a quattro mani da Petraglia e Starnone, campioni dell'italico buonismo che distillano in una mistura di sociologia e sentimenti (la prima alla buona, i secondi buonissimi, per l'appunto). Si parte dalle pagine di Silvia Ballestra, autrice di una "saga degli Antò", ragazzi di provincia, punk-spaghetti, trasgressivi per gioco nel movimento che non c'è ("Fedeli alla linea / la linea non c'è" cantavano i tanto più ironici CCCP); l'operazione è frequente nel panorama locale, ove inventare un caso letterario è facile quanto allestire una sagra paesana: la Ballestra coi suoi casinisti ha avuto il quarto d'ora di celebrità della scrittrice giovane, moneta che ha speso presto per intero imboccando un malinconico crepuscolo, ma tanto è toccato pure a Brizzi e a quel bravo guaglione di Jack Frusciante. (Intanto Frusciante John, di professione chitarrista, è rientrato per davvero nel gruppo e ricomincia a nuotare nell'oro). O al Ligabue di RadioFreccia, che dalla sua ha avuto una maggiore visibilità per ovvi motivi, ma nient'altro. Sono film sterili, privi d'una qualsiasi traccia di elaborazioni formali consapevoli, costruiti attorno agli stereotipi post-adolescenziali.

La Guerra Degli Antò propone una collezione di avventure sgangherate, tutte in qualche modo "tipiche" (l'improvvisata alla festicciola borghese, il viaggio iniziatico ad Amsterdam), rottami di una cultura giovanile impraticabile. Questo elenco di frammenti non ha neppure il coraggio di affrontare lo spettatore così com'è, e allora chiede al personaggio di Sballestrera (Regina Orioli) di far da collante: la sua presenza di narratrice in apertura e di testimone nella seconda parte del film, quella delle fughe, si avverte come posticcia, mal risolta in rapporto con le parti disomogenee del racconto.
Il problema, in ultima analisi, è di doppio ordine: per ciò che attiene i significati, La Guerra Degli Antò rinuncia a porsi in una posizione critica rispetto al materiale di partenza (che il libro della Ballestra abbia suscitato timori reverenziali?); l'adesione allo stereotipo del vissuto giovanile è pressoché integrale, e l'orizzonte non si dilata certo attraverso l'inclusione del mondo (la guerra del Golfo), soprattutto se il mondo ha la dimensione angusta del video domestico. Per quanto riguarda i valori formali, il film di Milani manca di scelte decise, si barcamena tra la velocità di una ripresa con la macchina a mano e l'atmosfera di deriva urbana di un campo lungo sul molo di Montesilvano (la cittadina abruzzese che in parte accoglie le vicende degli Antò), coi punk a far mostra delle famose creste colorate; la struttura a sketch rapidi e autoconclusivi (ben funzionante in un film d'ispirazione simile, Tutti Giù Per Terra di Ferrario) viene sostanzialmente contraddetta dallo sviluppo ulteriore. E il finale celebrativo, con le sagome di questi irregolari bonaccioni, rivoluzionari da giardino, arriva quando il film ha già perduto d'interesse.

© 1999 reVision, Luca Bandirali





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