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I Nostri Anni1h 27'Regia: Daniele Gaglianone
Il cinema è questione di tempo. Pure un sacco di altre cose, se per questo: fare la spesa e cucinare, perdere un treno, far felici i
propri amanti, evitare un incidente per un pelo, essere abbastanza vecchi da aver fatto la resistenza o abbastanza giovani da volerla ancora ricordare.... Insomma: il
cinema come un sacco di altre cose è questione di tempo. La differenza, forse, è che se sbagliate il tempo di un sorpasso o di una ricetta vi schiantate o avvelenate
gli ospiti, mentre se sbagliate sistematicamente il tempo di un film finisce magari che vi acclamano come promesse del vecchio (Jan Kounen di Dobermann,
Mathieu Kassovitz di I Fiumi Di Porpora) o del nuovo mondo (Michael Bay di Armageddon). E' confortante che tra i registi consapevoli che il cinema è questione di tempo non ci siano solo Atom Egoyan o Quentin Tarantino, ma pure qualcuno di casa nostra. E' una fortuna che ci sia, ad esempio, Daniele Gaglianone. Una fortuna per lui e per noi, visto che il suo primo film trova, sin dal titolo (I Nostri Anni), robuste radici proprio nel tema del tempo e dei suoi prodotti derivati (i ricordi, la memoria, l'oblio, la dimenticanza). Il soggetto di I Nostri Anni è semplice semplice, e a riassumerlo sembra quasi di commettere un'ingiustizia nei confronti del film: due ex-partigiani si ritrovano, a distanza di quasi sessant'anni, di fronte al fascista che torturò e uccise i loro compagni sulle montagne. Soggetto semplice, ma che pone a fuoco una quantità di questioni cruciali. Questioni legate al tempo, appunto, e all'etica. Gaglianone ha l'intelligenza e la lucidità di raccontare questa storia attraverso la percezione del tempo dei suoi anziani protagonisti: un tempo spezzato, discontinuo, altalenante tra i ricordi più dolorosi e una realtà spiazzante, detestata. Un tempo incerto, ricurvo su se stesso. Così, l'arrivo in ospizio di uno dei protagonisti diventa un mosaico di frammenti temporali, in cui recentissimo e insignificante passato si confonde con ricordi pluridecennali e con il presente. I Nostri Anni è un film sullo spaesamento e sul tempo, raccontato con un tempo e con un ritmo spaesante per lo spettatore. E' un film che ci avvicina sensorialmente ai propri protagonisti: i differenti piani temporali vengono resi anche grazie all'accavallarsi e al sovrapporsi di voci e suoni appartenenti a diverse epoche, e passato e presente vengono filmati utilizzando diversi supporti (dal video digitale, a pellicola super 16 in bianco e nero, sino ad una pellicola a colori da 500 Asa forzata in fase di sviluppo per ottenere la massima sgranatura). I Nostri Anni è un film su un passato scomodo girato in modo asciutto e fermo, senza alcuna retorica su temi in questo senso ad
alto rischio come la vecchiaia, la resistenza, la guerra. E' un film girato con pochi mezzi da un esordiente di trentaquattro anni, già assistente alla regia di Gianni Amelio.
Fa un po' ridere pensare che Gaglianone sia quasi coetaneo di Michael Bay, regista dell'altro film che in questa stagione ha raccontato frammenti della seconda guerra mondiale,
Pearl Harbor. Fa un po' ridere perché Bay, decente regista di pubblicità e videoclip che di talento cinematografico ne ha proprio poco, ha avuto a
disposizione tutti i dollari di Hollywood ed ha tirato fuori solo un insulsa poltiglia di retorica e di umorismo involontario, mentre Ganaglione, non avendo un soldo, ha messo
insieme un film profondo e doloroso. Poi, se le platee di tutto il mondo si commuoveranno vedendo che i soldati di Pearl Harbour hanno riempito bottigliette di Coca Cola del
loro sangue per donarlo ai compagni feriti e il film di Gaglianone lo vedranno in tre, poco importa. E' la legge del mercato. E', come direbbero i vecchi partigiani di Gaglianone,
questo mondo di merda. Ma fa piacere pensare che qualcuno dell'età di Gaglianone, qualcuno ancora più giovane di lui, qualche ragazzo delle medie, possa vedere I Nostri
Anni anziché rincoglionirsi con Pearl Harbor. E poi magari scendere in piazza a Genova per far fare alle bottigliette di Coca Cola la fine che meritano.
© 2001 reVision, Fabrizio Bozzetti |
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