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L'Angolo RossoRed Corner - 1h 59' Mai come quest'anno l'interesse di Hollywood si è spostato ad oriente...
Dopo Sette Anni In Tibet di Annaud e Kundun di Scorsese ecco arrivare sugli schermi L'Angolo Rosso di Jon Avnet (Pomodori Verdi Fritti Alla Fermata Del Treno), thriller giudiziario che si presta al dibattito sui diritti civili e attacca duramente il governo cinese.
Nato da un'idea dello sceneggiatore Robert King (Ciao Julia, Sono Kevin) e interpretato dall'attore simbolo della causa tibetana, Richard Gere, L'Angolo Rosso racconta la storia di un brillante avvocato americano, Jack Moore (Gere), che durante un viaggio d'affari a Pechino resta vittima di un errore giudiziario.
Incolpato del brutale omicidio della bella modella orientale con cui ha trascorso la notte, Jack tenta invano di spiegare alle guardie che lo prelevano dalla sua stanza d'albergo di essere estraneo alla faccenda, ma la sua camicia sporca di sangue, le bottiglie vuote rinvenute nella stanza e le sue impronte sul cadavere non depongono certo a suo favore.
Sbattuto in prigione e privato dei suoi diritti, l'uomo si ritroverà a fare i conti con un sistema giudiziario in cui proclamarsi innocenti equivale a firmare la propria condanna a morte.
Abbandonato a se stesso dagli amici e dai membri dell'Ambasciata Americana, la cui preoccupazione principale, anziché la sua sorte, sembra essere quella di non incrinare i rapporti tra i due stati, Jack potrà fare affidamento solo sull'avvocato cinese assegnatogli d'ufficio, la brava ma inesperta Shen Yuelin (Bai Ling).
Riusciranno la cinese e l'americano a superare i propri pregiudizi culturali e a collaborare insieme per far luce sull'accaduto?
Chissà...
Girato nella California meridionale, opportunamente "cinesizzata" dallo scenografo premio Oscar Richard Sylbert (Chi Ha Paura Di Virginia Woolf, Dick Tracy), L'Angolo Rosso dà un efficace quadro della Cina contemporanea, integrando immagini reali, "rubate" dallo stesso Avnet durante un viaggio a Pechino, a scene create al computer. Ma, a parte la meticolosa ricostruzione ambientale, ben poco offre la pellicola di Avnet. Pur nascendo da intenzioni lodevoli (denunciare l'iniquità del governo cinese) e da accurate ricerche, infatti il film manca della cosa più importante, ovvero di una struttura narrativa solida e coerente. In assenza di questa il film finisce col perdere il suo valore di denuncia per appiattirsi sui cliché del cinema giudiziario e d'azione. Quanto al bel Gere, offre qui un'interpretazione a tratti partecipe a tratti ai limiti del ridicolo (avete mai visto un prigioniero sottoposto a torture e stenti in così perfetta forma da saltare da un tetto all'altro?). Va bene l'impegno a sostegno dei diritti civili, ma, caro Gere, legga meglio le sceneggiature, prima di scegliere i suoi film! Incontro con Richard Gere - Sig. Gere, cosa l'ha convinta a prendere parte a questo film?"Ciò che mi ha immediatamente convinto è stata la grande accuratezza del soggetto. Da tempo mi batto per affermare i diritti del popolo tibetano e non avrei mai accettato di prendere parte ad un film che avesse dato una rappresentazione falsata della realtà. Inoltre si trattava del primo film che mi permetteva di avvicinarmi a temi che mi coinvolgono da vicino anche nella vita". - Nel film vengono mostrate al protagonista scene di esecuzioni capitali. Si tratta di ricostruzioni fatte in studio o di immagini riprese dal vero? "Sono riprese reali, che alcuni amici cinesi, di cui per ragioni di sicurezza non posso fare i nomi, ci hanno fatto pervenire per aiutarci a mostrare l'iniquità del sistema giudiziario cinese". - Lei parla di amici cinesi, è in errore dunque chi ha voluto vedere L'Angolo Rosso come un film contro i cinesi? "Assolutamente. L'Angolo Rosso non è un film contro i cinesi ma un film dedicato a tutti coloro che hanno sofferto e soffrono delle ingiustizie di un regime totalitario". - Alcuni giornali hanno dato la notizia del suo proposito di abbandonare il cinema per ritirarsi in Tibet, è così? "Non credo riuscirei a staccarmi dal cinema, amo troppo questa professione, anche se ammetto che a volte vorrei avere un po' più tempo per stare con le persone che amo e coltivare i miei interessi extracinematografici". - Il suo modo di rapportarsi al cinema è cambiato rispetto al passato? "Sicuramente, oggi vivo infatti la mia professione d'attore con maggiore serenità". - C'entra in qualche modo l'aver adottato la filosofia buddista? "Credo proprio di sì, il buddismo mi ha infatti insegnato a guardare le cose e le persone con occhi ed animo diversi". - Come giudica il sistema giudiziario americano? "Credo che nessun sistema giudiziario al mondo sia perfetto, nemmeno quello statunitense, anche se da americano doverlo ammettere mi addolora molto. E' una vergogna infatti che un paese che si proclama civile acconsenta alla pena di morte". © 1998 reVision, Maria Stella Taccone |
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