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Angela1h 36'
Regia: Roberta Torre Le immagini del film, soprattutto all'inizio, tendono a coprire, a nascondere le facce. I volti dei personaggi quasi tentano di
farsi luce vincendo la penombra da sottobosco, i cunicoli, gli anfratti, i corridoi segreti, gli angoli tenebrosi delle stanze. Tutto verso il basso con la mdp che
punta lievemente verso l'alto quando insegue la nave che lascia il porto e poi, ma l'immagine è ancora scura, per la notte che avvolge il quartiere deserto,
per seguire lo sguardo di Angela verso la finestra dell'appartamento di Masino. L'amante è lì, a bearsi di quello sguardo disperato, consapevole che
il contatto con l'amata è terminato per sempre. Saro, il boss marito di Angela le rivela dietro il vetro del parlatorio in carcere che quella vita l'ha fatta
per consentire alla moglie di "diventare signora". Eppure Angela da tempo tenta di scorgere una via/vita alternativa rispetto al tran tran di sopravvivenza,
alla ostinata perpetuazione degli affari lucrosi e malvagi, secondo le logiche mafiose spietate e crudeli.
Il punto di vista femminile è senz'altro la condizione più interessante da esplorare perché in fin dei conti la responsabilità del Male è tutta maschile. La donna vive a lato, sottomessa e affettuosa, sincera e fedele, la complicità con quel mondo risulta più che altro dalla appartenenza di nascita o da quel destino che si è abbracciato, ha sposato Saro a soli vent'anni, senza tante illusioni, ma con la fierezza e la caparbietà di tirare sempre avanti. Angela tira sempre dritto, non è semplice comparsa, poiché aiuta il marito con tutto il suo genuino coraggio. La ribellione davvero non le appartiene, quando si innamorerà di Masino il tradimento è consumato perché di fronte a un sentimento prepotente. Angela è una donna candida e schietta e il suo carattere riesce a rivelare una espressione completamente diversa da quella che ci aspetteremmo per una trafficante di droga senza scrupoli. Insomma un'umanità straripante, molto più esuberante degli altri personaggi, i maschi, i quali sembrano condannati a recitare un copione, a non sottrarsi alle responsabilità e ai dogmi del codice d'onore. Il terzo lungometraggio di Roberta Torre, se vira completamente rispetto ai territori della recita corale di Tano Da Morire e Sud Side
Story, non è meno esuberante nelle scelte registiche. Sono impressionanti i percorsi dentro i cunicoli del negozio di calzature, i camerini trasformati in
piccole sale di riunione tra trafficanti e la normale commistione tra commerci leciti di decine di commercianti e quelli illeciti, i gesti clandestini che si ripetono
ogni giorno, amministrati dalle medesime persone. Al film tuttavia manca forse l'obiettivo principale che la Torre si era prefissato: una drammaturgia molto salda che
confinasse con la tragedia. Senza gli eccessi visionari di altre opere come Luna Rossa, Angela è più che altro il racconto
melanconico di una esistenza femminile, il suo piccolo diario, scandito dalla visibile successione delle date, la quotidianità ottusa che manca di slanci, e pure
il carattere totalizzante dell'attività criminale, che rimuove ogni alternativa. Da quanto tempo Angela non si distrae, non va in discoteca a ballare? Questo
clima asfissiante, l'atmosfera di condanna si respirano intensamente, in una Palermo primordiale e selvaggia guardata con uno sguardo al quale sembra applicato un filtro
doloroso. Priva di spazi, priva di luce, e anche priva di colori e speranze (e il merito va alla fotografia cinica di Daniele Ciprì). Dall'altra parte anche i
poliziotti e i magistrati che conducono le indagini appaiono rinchiusi in spazi sotterranei e segreti. È una lotta che si combatte in una sorta di baratro oscuro,
quando il racconto raggiunge l'epilogo, Angela è ancora lì, con lo sguardo verso il mare, sulla banchina del porto.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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