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Il Signore Degli Anelli: La Compagnia Dell’Anello

The Lord Of The Rings: The Fellowship Of The Ring - 2h 58'

Regia: Peter Jackson



Non è sicuramente stato facile tradurre in immagini un racconto scritto complesso e monumentale come la trilogia tolkeniana. Per prima cosa va sicuramente notato che il romanzo epico di Tolkien (La Compagnia dell’Anello; Le Due Torri; Il Ritorno del Re a formare Il Signore degli Anelli) è figlio legittimo di una tradizione orale e scritta che risale ai primordi del mondo. Tale affiliazione è più volte segnalata all’interno del libro stesso dai personaggi che spesso e volentieri ricorrono alla forma del racconto orale come mezzo privilegiato di comunicazione. Il cinema, arte visiva per eccellenza, è ciò che di più antitetico si può immaginare rispetto a questa antica tradizione. In questa opposizione di fondo si cela la difficoltà che da sempre ha accompagnato qualsiasi tentativo di trasposizione cinematografica del romanzo scritto da J.R.R. Tolkien. Il film diretto dal neozelandese Peter Jackson non cerca in alcun modo di appiattire questa antitesi, ma anzi fonda tutta la sua struttura narrativa e visiva su una lunga serie di opposti e di paradossi.

Fin dalla prima sequenza il film si presenta infatti come una riflessione sulle proporzioni e sull’inganno provocato dalla semplice visione. Ciò che è grande, immanente, risulta rinchiuso in ciò che è piccolo, tangibile. Lo straordinario potere di governare terre e uomini è racchiuso in un piccolo anello, un semplice artefatto capace di stare nascosto nel palmo di una mano. Il prologo del film, in pratica un riassunto de Lo Hobbit, mette subito in evidenza questa straordinaria sproporzione.
Il “grande” mago Gandalf (Ian McKellen) che si reca in vista dal “piccolo” e ormai anziano Hobbit Bilbo (Ian Holm) crea un vero e proprio inganno ottico nuovamente legato al gioco delle proporzioni, delle altezze dei due personaggi. La realtà viene restituita allo spettatore tramite una lente deformante, un gioco ottico, che crea una sproporzione tra Gandalf il grande e i piccoli Hobbit.

Anche il rapporto tra uomo e natura viene mostrato stravolto, rovesciato nelle sua accezione moderna. Ne Il Signore Degli Anelli: La Compagnia Dell’Anello tutti i protagonisti durante il loro viaggio devono fare i conti con la natura, con l’immensità degli spazi, le avversità metereologiche. Lo scontro tra gli esseri viventi e la natura che li circonda assume connotati epici e molto spesso l’uomo è costretto a subire la tremenda forza della natura, la sua volontà immutabile. E’ un ritorno al passato, ad un diverso rapporto tra l’uomo e la natura. Non è un caso che l’essere vivente che più si avvicina al concetto puro di natura, l’Hobbit originale creazione di Tolkien, sia in realtà il personaggio centrale del racconto, l’unico in grado di riconciliare le due parti in gioco, di permettere la pacifica sopravvivenza di entrambi. Il lungo viaggio di Frodo (Elija Wood), il nipote di Bilbo e il custode dell’anello, attraverso la terra di mezzo altro non è che la rappresentazione tangibile del macro scontro tra cultura e natura. Il tentativo di riportare un equilibrio tra le parti in un mondo dove la cultura ha decisamente preso il sopravvento stabilendo di ignorare le esigenze della natura. L’aver escluso dal film un personaggio chiave come Tom Bombadil, il difensore della natura totalmente incontaminato dal mondo esterno alla “sua” foresta, rende difficile allo spettatore percepire il significato profondo di tutta l’opera di Tolkien. Come già accaduto per Harry Potter e La Pietra Filosofale, anche Il Signore Degli Anelli: La Compagnia Dell’Anello preferisce il movimento del viaggio, l’azione della battaglia, rispetto ad un vero e proprio approfondimento dei temi di fondo della poetica Tolkeniana ben espressi dai vari personaggi. La natura rappresentata dal film si riduce ad un paesaggio patinato da cartolina, ad enormi spazi incontaminati e puri, un sofisticato sfondo che mai diventa protagonista.

Lo scontro tra natura e cultura, vero seme di tutto il libro, rimane così uno scontro relegato in secondo piano rispetto alle battaglie tra gli orchi e gli umani, tra i Troll e i nani. Laddove nel libro queste battaglie servivano a rendere con forza percepibile al lettore l’idea dello scontro titanico tra cultura e natura, esse diventano nel film puro luogo d’azione, significante senza alcun significato recondito. Ancora una volta è una sproporzione, un ribaltamento delle proporzioni, a segnare in maniera indelebile il passaggio dall’opera scritta all’opera cinematografica.
L’enormità del tomo de Il Signore degli Anelli si traduce in una prima parte che dura poco meno di tre ore. Un racconto liofilizzato che smarrisce la natura episodica e a volte incomprensibile del libro, per raccontare una vicenda lineare di un viaggio, più o meno contrastato, di un eterogeneo gruppo di personaggi verso una meta lontana e oscura. Un viaggio che certamente non termina in questa prima parte, ma che si propone di continuare sullo stesso piano di superficialità ed inafferrabilità anche nei prossimi due episodi.

© 2002 reVision, Fabrizio Pirovano