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An Education1h 40'
Regia: Lone Scherfig Una graziosa sedicenne si attarda a una fermata d’autobus in compagnia del proprio violoncello che
sembra più grande di lei. Piove mentre un’elegante Bristol rosso fiamma si accosta alla fermata. Dal finestrino un simpatico
trentacinquenne di evidenti origini yiddish offre un passaggio al solo strumento, richiesta che attira la curiosità della ragazzina
disposta a mettere al riparo il violoncello e ad accettare il corteggiamento dell’accattivante sconosciuto fino ad un passaggio
in auto sotto casa. L’originale approccio si conclude con un invito, da parte di lui, a un concerto di musiche di Ravel. La
giovane Jenny (Carey Mulligan) e il più maturo David (Peter Sarsgaard) sono i personaggi attorno ai quali gravita la vicenda
raccontata da An Education, sceneggiata dallo scrittore inglese Nick Horby (che ha tratto spunto dal saggio autobiografico
della giornalista Lynn Barber) diretto con autorevolezza dalla danese Lone Scherfig (regista di un gioiello umoristico di qualche
anno fa, Italiano per Principianti). Siamo nella Londra del 1961, in uno dei tanti quartieri
periferici dell’emarginazione coatta (rione Twickenham, quartiere di Richmond upon Thames, zona sud-ovest). Per Jenny una
possibilità di evasione dalla sua angusta cameretta, dove ascolta le canzoni francesi di Juliette Greco, è sognare gli artistici
fasti di Parigi. Sono sogni colorati in contrasto col grigiore familiare, gli ambienti già stretti resi ancora più opprimenti,
per la fanciulla, dalla presenza del padre Jack (un Alfred Molina assai bravo nel mantenere i toni da commedia), ossessivo
controllore della figlia e intenzionato a reprimere le sue aspirazioni artistiche, imponendole un futuro prestigioso a Oxford.
Più compiacente è la madre Marjorie (Cara Seymour), pronta a identificarsi nella sua piccola Jenny, da prigioniera di un matrimonio
trasformatosi in un cul de sac e desiderosa di riscatto. A reprimere il sogno di futuro dell’adolescente provvede, oltre al
padre, la rigida educazione scolastica. Ma nel frattempo incalzano, irresistibili, i tempi della Swinging London, pronti a
codificare e ad esaltare il ribellismo elaborato dalle agguerrite correnti culturali "arrabbiate" attraverso la rivoluzione
musicale dei Beatles e dei Rolling Stones.
Dunque, per la ragazzina sognatrice c’è, da un lato, la prospettiva universitaria (della Oxford dove s’insegna il dettato di
C.S. Lewis) e dall’altro la vitale occasione offerta dal corteggiatore David che le apre le porte dell’avanguardistica società
in fermento creativo. In compagnia della coppia d’amici "beat" Danny (Dominic Cooper) e Helen (Rosamund Pike), Jenny assapora,
grazie al suo mentore, scintillanti e stimolanti esperienze di locali off e salotti in, i crogioli di un neo–romanticismo
anticonformista (che prevede escursioni nelle case d’aste di arte preraffaellita), allora ancora capace di modellare l’anima
oltre che il look. E la neo–Alice si adegua al mondo nuovo delle meraviglie culturali in attesa dei suoi diciassette anni che,
nel 1962, le faranno perdere la verginità. Ad interpretare i palpiti e i desideri troviamo la lanciatissima e giovane Carey
Mulligan, inglese doc di ventiquattro anni, recentemente notata in due ruoli secondari per Brothers di Jim Sheridan e
Nemico Pubblico di Michael Mann (mentre la sappiamo selezionata da Oliver Stone per
l’imminente sequel di Wall Street e in attesa d’interpretare, nel 2012, il leggendario ruolo di Audrey Hepburn nel
remake di My Fair Lady). Con alle spalle una rilevante esperienza in cinema e in televisione, la Mulligan proprio con
An Education si è aggiudicata una nomination agli Oscar 2010 come migliore attrice (mentre la stessa pellicola, presentata
al Sundance dell’anno scorso, è candidata nella categoria principale). E della Hepburn, questa giovane rivelazione, sa incarnare
la malizia incantevole e la capacità di offrire ironica brillantezza alle proprie trasformazioni umorali, citandone l’aplomb
(il film è ambientato giusto in quel 1962 che fu l’anno di Colazione da Tiffany). Dal canto suo, il David interpretato
con brio evanescente dall’eccellente Peter Sarsgaard è un tipo di viveur piacione, attratto dall’arte e da traffici non sempre
leciti, in grado di conquistare, assieme a Jenny anche i suoi genitori, facendo credere (con la complicità della ragazza) di
essere un influente intellettuale amico di C.S. Lewis. Il debordante talento dell’uomo, votato all’eccesso, sarà foriero di
conseguenze che non vogliamo rivelare, sciorinate con sapienza dallo script di Horby, alla sua prima esperienza candidata
all’Oscar per la categoria "non originale" (da noi è pubblicata da Guanda).
Così le creative imprese dell’educatore e dell’allieva si consumano in serate elettrizzanti e in week-end con amici (occasione
per Jenny di assistere, in un villaggio, al furto di una vecchia mappa da parte di David e Danny, gesto da lei presto perdonato)
fino a conquistare l’intimità proprio nella Parigi tanto agognata dove la protagonista perde la verginità per poi tornare in
patria dispensando regali alle amiche e offrendo il mitico Chanel N.5 all’inflessibile Miss Stubbs (Olivia Williams), votata
a farle conquistare la meta di Oxford.
Questo racconto di apprendistato dispone risvolti amari e si alimenta con gustose notazioni psicologiche, assai ben coordinate da una regia attenta alla misura narrativa e a connotare ironicamente i passaggi più intricati e i dettagli più rivelatori, anche per ciò che concerne il lato sentimentale della vicenda. In questo è servita dalla prestazione rilevante degli interpreti a cui si aggiunge la sagace performance di Emma Thompson nel ruolo secondario della rigida preside della scuola. La ricostruzione d’epoca è puntuale e affascinante, mentre la colonna sonora mescola brani classici a canzoni d’epoca intervallate dalle composizioni originali di Paul Englishby, donando ulteriore spessore allo sviluppo della trama che assume le mutevolezze degli stati d’animo della protagonista come punto di vista privilegiato, dall’estasi delle prime scoperte alla dolorosa consapevolezza delle conseguenze drammatiche del lato effimero e distruttivo di una ricerca della felicità conformata alle misure dell’eccesso. Alla fine, Jenny si rende conto del complesso divenire delle contraddizioni esistenziali prodotte dalla realtà quando questa è generata dai sogni e dalle utopie più impervie anche se necessarie. © 2010 reVision, Francesco Puma |
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