Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci



American History X

2h

Regia: Tony Kaye



A volte ritornano.
I "fatti". 8 Agosto 1999, Los Angeles. Centro della Comunità Ebraica di North Valley. Buford Farrow irrompe sparando nella scuola materna del centro ricreativo. Risultato: tre bambini e due adulti feriti, fortunatamente in modo non grave. Buford ruba una Toyota verde e si inoltra nell'area residenziale di Chatsworth. Si dirige verso un postino di origine filippina e, dopo avergli chiesto di imbucare una lettera, lo fredda con due colpi di pistola. Circa 24 ore dopo alla fine di una fuga durata ben 450 chilometri, Buford Farrow si consegna nelle mani della polizia federale spiegando la sua folle corsa con una frase agghiacciante: "Il mio agire è stato un modo per invogliare gli americani ad uccidere gli ebrei". A volte ritornano, appunto.
La "finzione". Derek Vinyard (Edward Norton) è il giovane leader di una banda di razzisti. Il suo maestro spirituale, Cameron Alexander (Stacy Keach), è un violento sostenitore delle tesi naziste. La supremazia della razza bianca è messa in pericolo dalle altre etnie. L'odio e la violenza vanno insegnate. L'unico modo per sopravvivere è combattere. Derek, oltre che capo carismatico e discepolo modello di Cameron, è l'idolo incontrastato del fratello minore Danny (Edward Furlong). Ma la storia di violenza ed odio ha radici ben più lontane, nascoste dietro le pieghe del passato. La morte del padre dei giovani, ucciso da una gang di ragazzi di colore, e il latente razzismo professato apertamente dal genitore stesso poco prima della sua tragica scomparsa. L'odio ha radici lontane. Dopo aver brutalmente ucciso due giovanissimi rapinatori di colore, Derk viene rinchiuso in un penitenziario di massima sicurezza. La dura esperienza del carcere, e la possibilità di riflettere a lungo, segnano la vita del giovane. Il "rito di passaggio" della prigione cambia completamente Derek. All'uscita dal penitenziario Derek è deciso a tagliare tutti i ponti con il passato. Il vero problema è che Danny si è trasformato in un clone del "vecchio" Derek. Stesso credo, stesso maestro, stessa violenza. Lo scontro tra il passato e il presente sarà causa di nuovi lutti e nuove vittime. Sangue chiama sangue.

Il film di esordio di Tony Kaye è semplice e chiaro come il bianco e nero che contraddistingue il racconto del passato della vita di Derek. I buoni da una parte, i cattivi sull'altro lato della strada. Quasi un racconto morale: facile, lineare, brutale. Questa caratteristica sembra essere al tempo stesso il maggior pregio ed il peggior difetto dell'opera. Se infatti la semplicità contribuisce ad aumentarne lo spessore emotivo, a farne un vero e proprio atto di denuncia sociale, la stessa mette in crisi la credibilità, e quindi il valore, dell'opera cinematografica intesa come tale. Nessun approfondimento psicologico, nessun tentativo di andare oltre l'azione. Tutti i personaggi si muovono come tante marionette, seguendo binari prestabiliti che è ben facile anticipare. Nessuna sorpresa, nessun momento di vera e propria tensione. Anche la ribellione edipica di Derek nei confronti del padre reale e di quello "adottivo", il guru neo nazista Cameron, è frutto di un già visto e di un già sentito. In questo contesto di immobilità, la parabola del cambiamento che parallelamente, anche se a distanza di tempo, seguono Derek e Danny appare ancor più evidenziata nel suo valore simbolico. Nel momento in cui, date le premesse appena citate, il film potrebbe spingersi ed osare qualcosa di più interessante si ferma. Si blocca a contemplare la figura di Edward Norton che mostra, prima con riluttante tracotanza e poi con vergogna, il segno della sua fede nazista tatuato sul petto.

Resta la descrizione in tono documentaristico del paesaggio (sub)urbano americano: bande in rivolta, crescente intolleranza, razzismo imperante, armi. Venice Beach come la giungla, solo il più forte sopravvive alle diverse rivendicazioni tribali. Ma resta soprattutto il deterioramento progressivo dei valori civili e sociali. Prima fra tutte la famiglia. Un tempo culla e nutrice di buoni sentimenti e maestra di vita. Oggi covo di odio e violenza, valvola di sfogo delle più disparate frustrazioni. E' chiaro allora che chi cresce circondato dal rancore a stretto contato con la brutalità non potrà far altro che allungare la striscia di sangue. Le problematiche familiari private si riflettono inevitabilmente sui comportamenti pubblici.
American History X assolve in questo modo al suo compito di denuncia, al tentativo di porre l'accento sulla geografia dell'intolleranza statunitense. Gruppi e gruppuscoli che si cibano del niente, delle illusioni negate alla gente comune, e trovano nelle armi il metodo per risolvere i loro problemi. A volte ritornano alla ribalta sui titoli dei giornali. Un atto clamoroso li riporta all'attenzione dell'opinione pubblica. Poi nuovamente scompaiono in un anonimato in grado di garantire loro una certa sicurezza. La concomitanza dell'uscita del film con gli avvenimenti della cronaca sembra dare al film quella rilevanza, quella forza, che il film in realtà possiede solo in parte. E' difficile pensare in questo momento alla possibilità di una migliore campagna promozionale per questa pellicola.

© 1999 reVision, Fabrizio Pirovano



torna all'inizio




Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci