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Amici e Vicini

Your Friends And Neighbors - 1h 40'

Regia: Neil LaBute



Figure (senza) paesaggio. Neil LaBute aveva già estratto dalla manica, girando Nella Società Degli Uomini, l’asso di uno sguardo acido e cattivo su mondi desolanti di solitudine interiore. Mancanza di comunicazione, viltà, desiderio di accanirsi sui più deboli, mediocrità, erano le parole d’ordine di due impiegati d’alto bordo, impegnati a raggirare una sordomuta e, a modo loro, vittime inconsapevoli di questo triste gioco. Orbene, Amici e Vicini è molto più di tutto questo. Perché si appoggia, delicatamente, su un contesto ambientale tipico della commedia. Sembra, all’apertura dello schermo, di essere finiti nel mezzo delle nevrosi urbane di Woody Allen. Ma da ridere non c’è molto, nel valzer delle coppie che porta l’insegnante di teatro Jerry ad intrecciare una relazione con Mary, moglie dell’amico Barry (alle prese con un problemino d’impotenza), e spedirà Terri, compagna di Jerry, nelle braccia della saffica Cheri. Come se non bastasse, c’è il cinico e maschilista Cary, amico di Jerry/Mary/Barry/Terri, coro (negativo) di tutta la vicenda. Le simpatiche freccette che univano le immagini dei personaggi nel trailer sono forse l’unico elemento "vitale" di tutto il film. Già l’assonanza dei nomi fa sì che il paesaggio sonoro si appiattisca in un mormorio sommesso, che si trasforma presto in un brusio indistinto. Non sono propriamente afasici, gli "amici e vicini", ma semplicemente preda di un dialogo autoreferenziale, dove tutti parlano senza ascoltare gli altri, e dicono sempre le stesse cose. In genere si scusano, trovano giustificazioni, o chiedono, ricattano, vogliono solo per sé. Le relazioni sessuali diventano fonte di continua umiliazione, le tappe della lenta e penosa edificazione di un nulla che LaBute racconta con il consueto, apparente distacco, tenendo sempre gli attori al centro dell’inquadratura, come a chiedere conto del loro drammatico modo di comportarsi.

E’ un cinema profondamente morale, questo, coraggiosamente radicale nell’asciuttezza del suo stile, vicino, per certi versi, a quello altrettanto morale e radicale di Todd Solondz. Quella della commedia è solo un impressione, una patina che contestualizza i meccanismi del racconto, ma non rende certo più sopportabile l’insieme. Non c’è nessun compiacimento rohmeriano, nell’intrecciare i letti. Neppure evocare l’alienazione come l’avrebbe dipinta Bergman può essere consolatorio, perché non viene indicata nessuna via possibile d’uscita. La meschinità di Jerry, preso nel mostrare le sue doti di conquistatore ed egoisticamente concentrato sul proprio tornaconto, il dramma di Barry, incapace di trarre piacere persino da una rivista pornografica, la solitudine volontaria di Mary, la noia di Terri che si riversa sulle paranoie lesbiche di Cheri, l’aggressività verbale e fallocentrica di Cary tornano, in qualche modo, sempre indietro, come un perfido boomerang. Come tutti i moralisti, LaBute è anche un grande esperto di contrappassi. Ne aveva disegnato uno magistrale per concludere Nella Società Degli Uomini, condannando Howard, l’impiegato basso e goffo, ad essere escluso dall’universo sonoro del mondo, la stessa pena che era toccata alla vittima di quel gioco crudele. In Amici e Vicini, tutti rimangono tra le loro, inconcludenti, quattro pareti. E così sia.
Grande merito della riuscita dell’operazione va ad un cast di tutto rispetto. Il grande Aaron Eckhart (con baffi) riesce nell’impresa ardua di trasformare i suoi occhi beffardi in quelli di un fallito assoluto. Ben Stiller, ormai assuefatto ai ruoli da loser, è nevrotico al punto giusto, mentre per Nastassja Kinski, la gallerista omosessuale, c’è il dramma più grande, quello di entrare in contatto con tutti, e rifiutare tutti, o essere rifiutata.

© 1999 reVision, Riccardo Ventrella