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American Psycho1h 40'
Regia: Mary Harron Sembra sangue. Quella sostanza densa che scende lungo la superficie bianca dello schermo durante i titoli di testa del film sembra veramente
sangue. In realtà si tratta di succo di mirtilli, guarnizione ideale, tocco finale per una prelibata pietanza servita in uno dei più ricercati ristoranti di New York.
Il tema dell'apparenza e della sostanza, della forma e del contenuto, si manifesta immediatamente come il leit motiv di American Psycho. La brioche sembra una grossa
spugna insanguinata.Patrick Bateman (Christian Bale) è un giovane yuppie, vicepresidente della P&P, quotata società finanziaria di Wall Street di proprietà del padre del giovane. Le sue giornate trascorrono tra interminabili e vacue conversazioni con i colleghi, tediose colazioni di lavoro nei migliori ristoranti di Manhattan, vacue riunioni nei club più à la page della città. Una vita monotona, uguale in tutto e per tutto a quella dei suoi compari. Durante il giorno Patrick Bateman non è un individuo, è una classe sociale (i famosi yuppie), un periodo storico (fine anni '80), un luogo geografico (Wall Street, New York, Stati Uniti). Uno, nessuno, centomila. Io stavo semplicemente imitando la realtà. E' nelle ore notturne, dopo il calare del sole, che Patrick Bateman si trasforma in Patrick Bateman. Lucido e spietato assassino seriale. Nessuno può sfuggire alla sua voglia di affermazione individuale. I barboni di colore ubriachi e puzzolenti accasciati ai bordi della strada, i suoi simili ubriachi, perfettamente vestiti ed acconciati dopo una serata al ristorante, le prostitute abbordate per la strada, ingaggiate da apposite agenzie di reclutamento. Un corpo finalmente individuale che si scatena contro il piatto corpo sociale, seviziandolo, torturandolo, manifestando in questo modo truce la propria voglia di evasione. Sotto di me lei è solo una forma, una sagoma, pur con tutte le lampade alogene accese. Il passaggio da romanzo a film è sempre una sfida. Una sfida tra lo scrittore e il regista, tra lo sceneggiatore e il romanziere, tra gli attori in carne ed ossa e i personaggi
di carta, tra il lettore e lo spettatore. La sfida è ancor più avvicente quando il passaggio coinvolge un romanzo di enorme successo, ed ugual diniego, come "American Psycho".
Scritto agli inizi degli anni novanta da Bret Easton Ellis, il libro è una spietata e sagace riflessione sulla fine di un epoca. L'epoca degli yuppies, dei facili e congrui
guadagni, del lusso sfrenato, delle belle e disponibili donne, dei locali notturni di Manhattan. Un epoca che a mala pena riesce a celare il suo lato oscuro. La violenza e
freneticità delle contrattazioni borsistiche si trasferisce sulla strada, nei ben curati attici della Grande Mela. Sesso, droga, violenza brutale, omologazione totale e
totalitaria, sono il lato oscuro della massima espressione fisiologica del capitalismo rampante. La sfida tra il romanzo di Bret Easton Ellis e il film diretto da Mary Harron
è una sfida aperta, senza vinti né vincitori, lasciata al singolo giudizio critico del lettore/spettatore, dalla quale emerge in modo preponderante la figura gigantesca
e monumentale di Patrick Bateman. Patrick Bateman è l'immagine del suo tempo, nel libro e, se possibile ancor di più dato il medium che lo rappresenta, nel film. Un corpo vacuo, svuotato da ogni interiorità e sentimento, una perfetta superficie riflettente. Una pelle assolutamente priva di imperfezioni, ambrata al punto giusto, liscia, piacevole ed eccitante al tatto, frutto di una maniacale cura ed attenzione da parte del suo proprietario. Patrick Bateman è un corpo non corpo. Una presenza esteriore che segnala una assenza interiore, pura apparenza che riflette verso l'esterno la sua mancanza di contenuto. Patrick Bateman è un'idea, qualche tipo di astrazione, ma non esiste un io reale, solo un'entità, qualcosa di illusorio. Solo l'idea di sostanza, di un contenuto da applicare alla forma, risulta essere aberrante. But the inside doesn't matter. Il dentro non conta. Tutto
il film è circondato, ossessionato dalle superfici riflettenti. Specchi, cornici di vetro, lame di coltelli, contenitori di CD, tutto riflette in un esagerato gioco di
specchi multipli. La superficie è la vera protagonista del film. Dai palazzi a vetri della skyline di New York, ai discorsi superficiali di Bateman e dei suoi accoliti, alle
piastrelle lucide del bagno di casa, alla superficialità con la quale Patrick uccide indifferentemente i suoi amici o il barbone trovato all'angolo della strada, alla
completa indifferenza verso il mondo esterno, alla palla di vetro sotto la quale vive il giovane Patrick. Il film stesso diviene un corpo vuoto, una superficie di celluloide capace di riflettere al suo interno vari generi cinematografici. Horror, commedia, dramma satirico, film comico, serial killer thriller, materia non materia volutamente incapace di scegliersi una superficie, un singolo genere cinematografico, in grado di (non) rappresentarla appieno. Così come il suo protagonista, narratore completamente inaffidabile, incapace di discernere la finzione dalla realtà, la sua mente dalla materia, anche il film confonde verso la fine il vero dal falso, lo stream of consciousness visivo della mente del protagonista, dalle azioni che realmente accadono. Certe volte Jean, le spiego, il confine che separa l'apparenza, ciò che vedi dalla realtà, ciò che non vedi è... molto incerto. Sfumato. Confuso. Non esiste finale risolutivo, una morte catartica ed assolutrice. La figura che rappresenta il vuoto degli anni ottanta si ritrova, leggermente trasformata, negli anni novanta. Patrick Bateman non può morire perché non esiste come corpo fisico. E' una entità e come tale è immortale. Un Patrick Bateman è già pronto a riflettere e rappresentare lo scorrere degli anni duemila. Alla fine non esiste via di uscita. Stamattina il Patty Winter Show parlava di un ragazzo che si è innamorato di una cassa di saponette. Sostanza ed apparenza, contenitore e contenuto. Non esiste più differenza. This is not an exit. Questa non è la fine, ma semplicemente un altro inizo. © 2001 reVision, Fabrizio Pirovano |
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