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L'Amore NascostoL'Amour Caché - 1h 35'
Regia: Alessandro Capone E’ davvero curiosa la carriera del regista Alessandro Capone. Comincia a lavorare
nel mondo della musica suonando con alcuni gruppi all’estero, entra nel mondo della pubblicità occupandosi di design e solo
in seguito si concentra sullo spettacolo, debuttando nel cinema come regista di Streghe (1989), un horror prodotto negli
Stati Uniti. Per il teatro firma sia il testo sia la messinscena della commedia di successo "Uomini sull’orlo di una crisi di
nervi", divenuta in seguito anche un film. Per la televisione, scrive le sceneggiature di alcune serie interpretate da Bud Spencer,
dirige Massimo Dapporto in "Un commissario" e arriva a collaborare al serial "Distretto di polizia". Il suo eclettico tragitto
di artigiano robusto e ispirato l’ha condotto nuovamente alla macchina da presa nel 2007 per una coraggiosa produzione dal
denso retrogusto bergmaniano, L’Amore Nascosto, che regala a Isabelle Huppert un congeniale ruolo di una donna in perenne
conflitto con una figlia che non ha mai amato, occasione per esporre una sensibilità ctonia mostrata qualche anno fa ne La
Pianista di Haneke.La Huppert possiede indubbiamente il dono di rendere palpabili i sommovimenti interiori dei propri personaggi, segnati da lacerazioni dolorose e da pulsioni incontenibili, da Medea contemporanea, esternate attraverso un mix di ferocia e di dolcezza, come ferite aperte assai difficili da rimarginare. L’occasione di godere della nuova performance di questa formidabile interprete ce la offre proprio il film di Capone, presentato nell’edizione 2007 del Festival di Roma (quando ancora si chiamava Festa e batteva bandiera veltroniana), e finalmente scongelato dai magazzini grazie all’interessamento della Archibald di Vania Traxler Protti (forte della presenza della stessa Huppert che è stata da poco Presidente della giuria dell’ultima edizione di Cannes). La sceneggiatura che il regista ha scritto con Luca D’Alisera è derivata dal romanzo autobiografico di Danielle Girard divenuto un caso letterario: "Madre e Ossa" (Baldini & Castoldi), un’esplorazione di lancinanti contrasti all’interno di una mente malata a confronto con l’ineffabile tenebra dell’esistenza. La Huppert è Danielle, una donna ricoverata in una clinica psichiatrica dopo aver
tentato per la terza volta il suicidio, spinta dall’odio nutrito per la figlia Sophie (Mélanie Laurent), che non è mai riuscita,
sin dalla nascita, a costruire un dialogo con lei, chiudendosi poco per volta in un silenzio impenetrabile, in un abisso interiore
che non sembra conoscere prospettive. La dottoressa Nielsen (Greta Scacchi) è la psichiatra che ha in cura la donna nel tentativo
di farla uscire dalla propria condizione patologica attraverso le parole trascritte in un diario, buone a riordinare concretamente
i pensieri e le loro conseguenze. Così, per mezzo di flashback, rievochiamo alcuni capitoli della vita di Danielle, la sua
infanzia difficile condizionata dall’isolamento, il suo repentino matrimonio culminato in una separazione traumatica e in una
gravidanza non voluta, eventi che hanno alimentato il suo malessere e il suo desiderio di morte. La psichiatra guida Danielle
all’autoanalisi, alla ricerca dell’equilibrio perduto, spingendola ad analizzare, con la necessaria spietatezza, il compulsivo
rifiuto del proprio ruolo di madre che l’ha condotta a considerare la sua Sophie come un elemento invasivo e lesivo della propria
identità. La dottoressa Nielsen, pur con tutte le sue fragilità, riesce a far trovare le giuste parole a Danielle in un lento
processo curativo interrotto dalle visite della figlia, capaci di far riaffiorare rancori ancora brucianti. Ed è in una di queste
visite che Danielle apprende che è la figlia a pagare le rette della clinica facendola precipitare ancora di più in una esasperata
disperazione. Un giorno, mentre si accinge ad essere trasferita in un’altra clinica, Danielle fugge perdendosi per le umide
strade di Parigi ritrovandosi a letto con un estraneo incontrato davanti ad una gioielleria, per poi essere ritrovata due giorni
dopo sotto un portico con la febbre alta. Trasferita in un’altra clinica, la donna tenta nuovamente il suicidio ed è in seguito
messa a corrente di una tragica e sconvolgente notizia probabilmente in grado di provocare una nuova consapevolezza.
L’Amore Nascosto è un lancinante e claustrofobico dramma che si avvale di una rappresa, materica fotografia di Luciano Tovoli, di un abile montaggio di Roberto Perpignani che interseca volti e ambienti con impalpabile incisività e di una nervosa partitura jazz di Lawrence "Butch" Morris e Riccardo Fassi che contribuisce a mettere in rilievo i passaggi più emotivi del calvario di Danielle. Questa indagine analiticamente impietosa di sentimenti e passioni rimosse, che riaffiorano attraverso impulsi provocati da un percorso terapeutico esemplare, è uno di quegli incisivi e sintetici teoremi (la produzione è italo–belga–lussemburghese) sui rigurgiti della psiche che il cinema di tanto in tanto ci dona come preziosa e utilissima occasione di riflessione speculare. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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