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Amnésia

Regia: Gabriele Salvatores



Amnésia è una discoteca di Ibiza. Ibiza è l'isola dove il divertimento è d'obbligo, è simbolo dell'omologazione della libertà, una libertà che è prigione dell'individuale muoversi secondo i propri bisogni del momento, è una libertà fittizia. Ibiza, un tempo tra le isole prese pacificamente d'assalto dai cosiddetti "fricchettoni", che cercavano una vita, spesso per il tempo di un'estate, affrancata dalle costrizioni sociali, come fu anche e soprattutto la Grecia, vera patria delle piccole tribù votate al culto della ricerca di un mondo altro e rispettose della natura allora incontaminata di questi luoghi, ora meta del turismo "divertimento ad ogni costo". Dei giovani e meno giovani di un tempo non rimane nulla, se non uomini e donne di mezza età proprietari di bar, di ristoranti, di commerci leciti e illeciti. Legge del contrappasso, dettata dalla commercializzazione di un sogno assorbito dalla società dei consumi.
Da questa vecchia tribù prende le mosse il film di Salvatores, perché di questo si è alimentato, in modi e tempi diversi, il cinema del regista milanese. Lontano anni luce da Marrakech Express, per alcuni film mito, dove il gruppo - i personaggi e gli amici di sempre di Salvatores - si ritrovava per aiutare un amico perduto, riuscito racconto di una generazione e fautore di imitazioni, Amnésia ne è il suo opposto per contenuti, per stile, poiché il seme da cui nasce è lo stesso.

Il film parte dalla morte di un motociclista di mezza età molto easy rider, scomparso durante il massimo della felicità e della velocità. La vecchi "tribù" perde un altro dei suoi componenti, forse l'ultimo. Da qui scorrono tre giorni folli, pericolosi, dove l'elemento che unifica vite e speranze molto diverse tra loro è una valigia piena di cocaina trovata da Angiolino (Sergio Rubini). L'ormai abusato percorso smorzato e ripreso secondo storie personali che s'incrociano con le vicissitudini di altri personaggi, magari solo con uno sguardo o per essersi trovati all'interno di uno stesso evento, qui è utilizzato senza una ragione precisa, senza approfondirne il motivo. La valigia di cocaina diviene un inutile pretesto, il legame costituito da essa è realizzato dall'indagine del capo della polizia. Da un lato c'è la vecchia "tribù" - Sandro (Diego Abatantuono), produttore di film porno che incontra dopo molto tempo la figlia Luce (un'incomprensibile, soprattutto per la velocità con cui snocciola le sue battute, Martina Stella), l'assistente di Sandro, l'ormai consolidato vice di Abatantuono, Ugo Conti, Angiolino (Sergio Rubini), Virgine (Alessandra Martines), Ernesto (Bebo Storti) -, dall'altro una nuova identità di gruppo, riportata in modo confuso e finanche superficiale, costituita da Jorge (Ruben Ochandiano), figlio del poliziotto, e dai suoi perennemente eccitati amici. In mezzo tanti dubbi.

E' un film sull'ideale passaggio di testimone tra due generazioni? E' la contrapposizione tra la gioiosa e mitizzata "tribù" e una generazione d'impasticcati ribelli senza causa? E' il racconto di due figli, Luce e Jorge, abbandonati dai rispettivi padri, ritrovati in modo opposto (l'una grazie ad una nuova vita, l'altro nella malattia)? E' una commedia che si tinge in seguito dramma famigliare, per poi strizzare l'occhio ad un tarantinismo all'italiana (la scena dell'incrocio di pistole è troppo simile a Le Iene)? E' la fine di un sogno, quello della "tribù" che ha abbandonato il viaggio per fermarsi divenendo stanziali padri di famiglia?
Confusione, grande confusione, a cui si aggiungono trovate stilistiche vuote di contenuto (non è detto che lasciare allo spettatore la scelta delle immagini da seguire, intenzione data dall'offerta di più punti di vista contemporanei della stessa scena, sia sinonimo di pluralismo della visione, semmai fosse particolarmente necessario al cinema), ed un finale da "un anno dopo", dove ritroviamo tutti i protagonisti ognuno secondo il ruolo che avrebbe voluto o dovuto avere coerentemente con le rispettive avventure.
Il cantore italiano di quella generazione on the road si è perduto. Poco male se avesse trovato una strada più consona alla sua maturità di uomo e di cineasta, purtroppo così non è. Salvatores sembra non avere più un suo stile, appare sfuocato, perso finanche in imitazioni di dubbio gusto (non bisogna essere particolarmente cinefili per accorgersi della estrema uguaglianza tra l'incidente, momento di condivisione tra Angelino e Jorge, e il ben più disastroso mucchio di lamiere e sangue di Amores Perros).
Si era detto che Amnésia doveva essere una sintesi del cinema tradizionale di Salvatores e ciò che lo ha seguito sin da Nirvana. Difficile confermare tale affermazione, forse, diamo il beneficio del dubbio, è solo un momento di passaggio. Certamente, in attesa del più volte annunciato Cromosoma Calcutta, c'è da sperare che Salvatores faccia della sua esperienza un reale punto di svolta, in cui tra vecchi viaggiatori e nuovi genitori, tra vecchio stile e nuovo innamoramento degli effetti speciali, persino del cosiddetto sperimentalismo, riesca a trovare se stesso, chiunque esso sia. Non è questo il motivo che spinge i viaggiatori a perdersi in un "altrove"?

© 2002 reVision, Emanuela Liverani





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