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Amerika

1h 55'

Regia: Maurizio Scaparro



Più che un film, Amerika è un esperimento, la ricerca di un inedito connubio tra letteratura, teatro e cinema, il cui scopo è quello di estendere il più possibile il pubblico e la memoria di uno spettacolo che vale la pena di far conoscere. Nasce un po’ per scommessa l’idea di Maurizio Scaparro, regista teatrale di grande duttilità e talento, di portare sugli schermi, coi mezzi del cinema digitale, tre sue regie. Ad aprire la serie è il grande successo critico e di pubblico Amerika, dal primo romanzo scritto da Franz Kafka. Nato col titolo “Il disperso”, scritto e abbandonato tra il 1911 e il 1914, inedito e incompiuto – ad eccezione del frammento “Il fuochista” - , è sicuramente lo scritto più dinamico e dickensiano del grande autore praghese, dotato di una leggerezza ironica che ha fatto a lungo credere in quello di cui l’amico e curatore postumo Max Brod era convinto: che la fine del suo protagonista Karl Rossman non sarebbe stata la morte, come nel caso di Josef K. e di K., ma una nuova vita nell’immenso paese americano. In realtà, Kafka stesso smentì questa tesi, ma resta innegabile la differenza di tono di questo testo rispetto ad altre sue opere. Karl Rossman ha sedici anni, e viene spedito in America come un pacco postale dai suoi bravi genitori borghesi, perché “una cameriera lo aveva sedotto e aveva avuto un bambino da lui”. E’ un innocente, un Candido, un ingenuo Pinocchio (che incontra in effetti un Gatto e una Volpe nei personaggi di Robinson e Delamarche), che nel corso delle sue peregrinazioni si scontra con l’ottusità del potere, il mito del successo, e la frustrazione continua dei suoi sforzi per comportarsi bene ed essere un bravo americano.

Scaparro e Malcovati adattano il testo kafkiano con qualche legittima libertà: proprio l’episodio del fuochista viene omesso, con l’ansia salvifica e l’ingenuo socialismo giovanile di Rossman, così come l’avventura nella villa del signor Pollunder, che gli costa l’espulsione dal cuore e dalla casa dello “zio d’America”. Ma l’intuizione geniale degli autori dell’adattamento trasforma in un musical a ritmo di ragtime parti della storia, e col contributo di un protagonista eclettico e carismatico come Max Malatesta, porta alla luce tutta l’attualità di un’opera preveggente. L’America di Kafka è il paese sogno di libertà e incubo per molti emigrati, la Statua della libertà che brandisce nel braccio alzato la spada e non la fiaccola, le miracolose opportunità – le famose strade lastricate d’oro – che si rivelano scenari di cartapesta sul cui sfondo si agitano e si battono poveri straccioni come cani affamati che si litigano un osso senza carne. Come Dogville - che deve molto comunque a “Piccola città” di Thornton Wilder, Amerika è la creazione di un europeo che non è mai stato nel nuovo continente, e ha in sé non solo la capacità di farsi abbagliare dal mito e al tempo stesso una lucidità critica impensabile in un americano, ma anche una capacità visionaria che non a caso aveva affascinato Fellini. Il prodotto cinematografico che nasce da questo spettacolo esemplare resta innanzitutto fedele alla sua origine. Resta cioé teatro nella recitazione non naturalistica degli attori, e nel luogo più volte mostrato. Ma diventa cinema nell’uso dei primi piani, delle dissolvenze, delle immagini di Praga che introducono la storia. Comunque sia, non ci interessa decidere se Amerika sia cinema teatrale o teatro filmato. Ci basta che esista la possibilità, per gli spettatori che non vivono a Roma, di vedere e magari di conservare, grazie al dvd, le emozioni e la memoria di un evento che non si esaurirà all’ultima chiamata alla ribalta, ma continuerà a vivere a testimonianza della ricchezza culturale che il nostro paese sa esprimere, anche in tempi di reality-shows.

© 2004 reVision, Daniela Catelli