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Amen

2h 10'

Regia: Costa-Gavras



"Sembra quasi che questa razza (gli ebrei, ndr) sorprendente, voglia dare vita a un diverso sistema morale e filosofico, tanto malevolo quanto il cristianesimo è benevolo. Un sistema che, se non sarà fermato, distruggerà irrimediabilmente ciò che il cristianesimo ha costruito".
Winston Churchill, 1920 (dal pressbook di Amen, a cura di Costa-Gavras)



La teoria della "congiura giudaico-comunista" non è patrimonio esclusivo del nazional-socialismo, certo vi è una differenza sostanziale: l’aver compiuto scientificamente l’eliminazione fisica degli ebrei. Ma in quegli anni, che vanno dal 1933 al 1945, le colpe devono essere condivise con quelle "democrazie libere" che, pur sapendo cosa stava accadendo, non agirono. Mentre le forze anglo-americane bombardavano l’Europa, distruggendo intere città e uccidendo molti civili, nessuna bomba fu sganciata sugli obiettivi che avrebbero potuto, se non altro, rallentare la "soluzione finale", quindi nessuna distruzione della rete ferroviaria su cui viaggiavano i treni della morte.
Amen è percorso da un numero incredibile di treni vuoti, di vagoni merci di ritorno dai campi di sterminio per raggiungere altri luoghi dove raccogliere nuove "unità", come erano definiti nel migliore dei modi dai nazisti uomini, donne, bambini, anziani, neonati. Obiettivo: le camere a gas. La storia non sarebbe completa, di fatto non lo è mai, se dimentichiamo che il gas Zyklon B uccise zingari - come comunemente è definito il frastagliato popolo romanò -, omosessuali, cristiani ed ebrei "convertiti", oppositori politici, ritardati mentali - anche se ufficialmente non più soppressi secondo la pratica della "morte compassionevole" -, sacerdoti. Lo sterminio non fece eccezioni. Quei treni vuoti - scelta (realizzata su suggerimento di Grumberg, co sceneggiatore) che non bisogna stancarsi di plaudire - sono l’ossessionante contrappunto di una vicenda inesorabile nel suo sviluppo; treni che sfrecciano verso l’Europa dell’Est lasciando una scia di denso fumo nero, terribilmente somigliante a quello che usciva dai camini dei forni crematori - Amen inizia con le ceneri di una ragazza mentalmente disabile, parente di Gerstein, uccisa con il gas di scarico di un camion, prime rozze prove dell’Olocausto.

Da "Il Vicario" di Rolf Hochhuth, piéce teatrale del 1963, Costa-Gavras realizza un film importante più per il tema trattato che per la soluzione estetica. E’ l’etica a divenire urgenza, a guidare la mano, tante volte apprezzata, di un regista che ci ha abituato al rigore della propria coscienza politica e storica basata sul personale studio di eventi storico-sociali, e non tramite la collaborazione di esperti.
L’argomento è fautore di polemiche e scandali del tutto prevedibili quando è messa in luce la responsabilità della Chiesa cattolica rispetto a ciò che in quei dolorosi anni stava accadendo. Atti criminali ne generano altri, tra cui quello meno osceno dal punto di vista pratico, ma ugualmente colpevole, del silenzio. Il silenzio provoca l’inazione, l’inazione provoca la messa in causa di giustificazioni che pongono ulteriori quesiti su cosa sia reale giustificazione, e cosa sia pretesto. La Storia ci dice che mentre la Chiesa cattolica, guidata dall’allora papa Pacelli, e le istituzioni democratiche dell’Europa libera e degli Stati Uniti disquisivano sulle informazioni e affermavano di cercare prove, alcuni singoli passarono dalle parole ai fatti. E’ questo ciò che interessa a Costa-Gavras.

Amen racconta di due cristiani, l’uno protestante, l’altro cattolico, che agiscono secondo le leggi della solidarietà e dell’amore, regole della propria religione, in ogni modo regole che fanno di un essere vivente e pensante parte dell’umanità. Kurt Gerstein (Ulrich Tukur) e Riccardo Fontana (Mathieu Kassovitz) rischiano la vita per questo sentimento d’amore e quindi d’indignazione. Gerstein è realmente esistito. Volontario nelle Waffen SS, lavorò dapprima all’istituto d’igiene, poi fu nominato Oberurmführer per il contributo dato alla lotta contro il tifo, ma soprattutto per essere colui che più di altri contribuì a mettere a punto l’utilizzo dello Zyklon B. Avendo assistito all’impiego del gas nei campi di sterminio, non esitò a divulgare segretamente ciò che sapeva, tentando nel frattempo di rallentare il corso del genocidio. Fontana è un personaggio di finzione, rappresentante di quei circa 3.000 sacerdoti che morirono per mano dei nazisti. Dopo aver tentato con ogni mezzo d’informare Pio XII della situazione - di cui in realtà era già al corrente -, il gesuita Fontana deciderà di seguire gli ebrei romani ed entrare in uno di quei carri merci.

Il silenzio dei potenti, l’urlo dei singoli (non a caso a Fontana gli si contesta la mancanza di diplomazia, l’incapacità di agire con calma). Di questo è fatta la Storia. Costa-Gravas non mostra l’orrore, nulla concede al melodramma compassionevole e lacrimevole, scegliendo d’indignare crudamente lo spettatore, coinvolgendo "fisicamente" il papa mostrandolo nella sua totale impotenza - cercata, costruita negli anni. Le parole d’ordine di sempre non furono scalfite dagli eventi, tutt’altro: il marxismo - ricordiamo la scomunica dei comunisti che tanto valse alla vittoria della DC nella cattolica Italia - era il nemico, gli ebrei erano una razza e non una religione oltre che deicidi. L’ambiguità - in Amen evidenziata con forza - condusse da un lato all’apertura dei conventi per salvare i disperati - i singoli e non solo i sacerdoti avevano iniziato a farlo da tempo - e il Vaticano ad aprire le sue porte quando le sorti della guerra si ribaltarono, dall’altro alla disponibilità dello stesso Vaticano, a conflitto concluso, a nascondere alcuni nazisti per farli raggiungere il Sud America, con il beneplacito di quegli Alleati che altrove cominciavano a processare i criminali di guerra. Lo stesso Gerstein fu arrestato, e nelle prigioni redasse il suo fondamentale e omonimo rapporto, con l’accusa per crimini contro l’umanità, finché s’impiccò (?) nel carcere militare di Cherche-Midi a Parigi. Gerstein come tanti uomini che scelsero di compromettersi per lottare dal di "dentro"? E’ più che probabile.

Amen è uno dei quei rari film che, se non fosse troppo clamoroso farlo, "meriterebbe" la censura. In Italia, a Roma che ospita la Città del Vaticano, il suo manifesto non appare nelle strade, così come la Mikado non si è impegnata, secondo gli autori e i produttori, a promuoverlo - unici in Europa. Si dice per non provocare una società oggi messa in crisi dalle attuali vicende internazionali, ma un manifesto, questo manifesto di Toscani dalla croce cristiana che per metà si trasforma in svastica, veicola come non mai il significato di un film "scandaloso". E’ il significato di Amen ad essere censurato, o almeno questo si tenta di fare, ed ogni riferimento al conflitto israelo-palestinese è soltanto l’ennesimo pretesto.

© 2002 reVision, Emanuela Liverani





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