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Il Favoloso Mondo Di Amelie

Le Fabuleux Destin D'Amélie Poulain - 2h 02'

Regia: Jean-Pierre Jeunet



Il mondo favoloso può essere il luogo, lo spazio di fiaba. Il titolo francese invece parla di destino favoloso. Dal quale si potrebbe dedurre "caso benevolo" oppure "identità fantastica" della straordinaria (qui proprio nel senso di al di là dell'ordinario) protagonista. In effetti l'opera di Jeunet tenderebbe a confermare due processi: quello della fantasia come estensione imprescindibile del cinema, e in secondo luogo la lotta incessante, al di fuori/dentro il cinema, tra originale e creativo da una parte ed omogeneo e conformista dall'altra. Perché se c'è un messaggio plateale nel film è affatto quello di schierarsi contro le ingiustizie commesse dai paladini della mediocrità, che naturalmente s'incarnano innanzitutto nelle figure familiari, i genitori, principali responsabili dell'infelicità di bambine e bambini. Perfino una carenza affettiva è direttamente mostrata, quando il papà di Amélie, refrattario ad ogni contatto - anche la madre è ossessionata da ogni tipo di sfioramento - le tocca il petto solo attraverso lo stetoscopio per ascoltare, da medico qual è, freddamente, i battiti del suo cuore, sanissimo, ma profondamente emozionato da quel raro evento di vicinanza col padre. È chiara dunque la matrice psicologica, edipica, del racconto, sulla quale Deleuze e Guattari (con la loro visione antiedipica) sarebbero poco d'accordo, additando gli squilibri generali dell'inconscio come motore principale delle storture della società umana. E pure Amèlie è responsabile della intima chiusura nei confronti del mondo, nonostante i genitori affetti da varie turbe siano identificabili tra le cause della sua inguaribile timidezza.

Il mondo del film offre il più incredibile guazzabuglio di creature d'ogni tipo. Esseri umani afflitti da ossessioni, nevrosi, testardaggini e così via. È una rallegrante carrellata di matti da slegare. Perché i più matti sono anche i più puri, riprendendo così quella cara immagine che va da Tati a Jerry Lewis fino a Forrest Gump, Truman, Mr Bean. Chi sogna ad occhi aperti è condannato all'isolamento come Amélie, ma quando osserva il mondo lo vede attraverso lo sguardo di un bambino. Non a caso la storia sembra partire dopo le iniziali ciniche note - forse più vicine nell'umore al Jeunet grottesco di Delicatessen - su una famiglia ordinaria e insensibile, dal casuale, stravagante ritrovamento di una di quelle scatolette di metallo, uno scrigno contenente tutto il mondo immaginario di un piccino. E grazie al fatale rinvenimento Amélie vede chiaramente il filo rosso del suo destino, vale a dire la definitiva e completa estraneità dal mondo ordinario. Si (ri)costruisce così, da sé, un altro spazio reale, che è la conseguenza diretta di questa spinta fantastica.

L'immaginazione produce voci, avvisi, segnali, novità, che muovono costantemente il mondo non solo di Amélie. Chi cede a questi segni penetra nello spazio chimerico dei propri desideri o in quello spaventoso dei propri incubi, per coloro ai quali è riservata la vendetta, come nel caso del commerciante di frutta, che piomba nella follia da lui tanto temuta a mo' di legge del contrappasso. Per fortuna il procedimento di "aggiustamento del mondo" non è rigido. Jeunet suggerisce, sorprende, sfida l'interpretazione, sostenendo l'immagine del suo particolare reale attraverso l'utilizzo di mdp che svolazzano, si muovono sospese in tutte le direzioni, accelerano all'improvviso, mantengono un ritmo forsennato e incalzante. La tecnologia digitale è utilizzata in modo sapiente cercando il lato espressivo, mai ridondante, e nessun trucco scenico - ci sono molti estratti da film o documentari modificati ad hoc - affatica la visione. Il cinema di Jeunet è un cinema, come sempre lo vorremmo, almeno per l'obiettivo che sembra prefiggersi: un cinema sostanzialmente di apertura e di sfida a se stessi, nel fissare il paesaggio, il quartiere, la casa che (ri)conosciamo nel più piccolo dettaglio (è forse questa anche la riscoperta dell'ambientazione parigina?) per (ri)valutare ciascun aspetto della nostra vita e continuamente trovare qualcosa di sorprendente, piacevole consapevolezza delle infinite prospettive, delle più piccole sfumature che possono davvero cambiare il corso degli eventi - non a caso il momento di nascita di Amélie come altri eventi fa parte di un tourbillon invisibile di cui una voce onnisciente cerca minimamente di farcene consapevoli - e il nostro imprevedibile destino.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna



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