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Amabili Resti

The Lovely Bones - 2h 16'

Regia: Peter Jackson



Per il neozelandese Peter Jackson questo suo ultimo film è un vero e proprio ritorno alle origini. Alla fonte primaria della sua ispirazione di regista, prima della trilogia de Il Signore degli Anelli e del corposo remake di King Kong. E’ un ritorno al periodo di Creature del Cielo che, nel 1994, segnò il debutto della talentuosa Kate Winslet, raccontando un episodio di cronaca nera che sconvolse la Nuova Zelanda degli anni ’50, l’efferato omicidio progettato e attuato da due liceali ai danni della madre di una di loro, mutuato nelle forme di un fanta–thriller visionario e intrigante, stilizzazione metafisica dell’immaginario adolescenziale con curiose derive musicali (le canzoni di Mario Lanza!). A 15 anni e passa di distanza, l’interesse di Jackson per la prospettiva (culturale, psicologica, esistenziale) dell’"età breve" non si è affievolito, proiettandosi al di là dei confini della contemporaneità attuale con il gioco (alimentato dalle sviluppate tecniche digitali) del recupero vintage di mondi lontani e paralleli. L’occasione è offerta da Amabili Resti, romanzo di successo (pubblicato da noi dalle Edizioni E/O) della scrittrice americana Alice Sebold.
Cuore pulsante della vicenda è Susie Salmon, quattordicenne uccisa il 16 dicembre 1973 dal vicino di casa, un serial killer pedofilo. Sua è la voce narrante che, con pudore, svela dolori e rimpianti per una vita troncata troppo presto, mercé un destino crudele, rimasta agganciata alla dimensione terrena attraverso il potere evocativo della memoria. Il film dall’omonimo titolo segue il tracciato del libro, evidenziando il candore della protagonista (che prima di morire aveva fatto in tempo ad assaporare le delizie derivate dalle proprie iniziali pulsioni sessuali con l’agognato fidanzatino Ray Singh impersonato da Reece Ritchie) affidata allo straordinario talento della giovane (e già affermata: l’abbiamo applaudita in Espiazione) Saoirse Ronan. L’incipit ci rimanda al quieto scenario della provincia americana e la metafora del pinguino prigioniero nella neve. Un padre (il bravissimo Mark Wahlberg) che, avvicinandosi alla figlia, le comunica la propria fede nella perfezione della natura e della vita, allude all’utopia ironica già narrata dal grande Clint Eastwood in Un Mondo Perfetto, attraverso la storia della fuga di un assassino impersonato da Kevin Costner.

Prima di scoprire quanto fragile sia la materia (trasparente, liquida) di cui è fatto l’alveo familiare, la giovane Susie evidenzia le proprie potenzialità angeliche salvando il fratellino Buckley (Christian Thomas Ashdale) che rischia il soffocamento per una caramella andata di traverso in trachea. E’ il primo segno di un’incrinatura dell’ordine naturale delle cose, è l’affiorare di una dimensione parallela, perversamente luttuosa, del caso trasformato in necessità. La corsa a perdifiato all’ospedale è utile ad introdurre il bizzarro personaggio della nonna, l’attempata hippy, schiava del tabagismo, a cui Susan Sarandon regala il proprio singolare carisma. Il pericolo scampato consente alla sensibilità accesissima del regista Jackson di descrivere, come in un thriller, l’esponenziale crescita di una tensione impalpabile prima del tragico evento che travolgerà i genitori, Jack e Abgail (Rachel Weisz), nell’angoscioso crogiolo dei sentimenti infranti, una vertigine derivata dal più infame tra i delitti. E’ tra le pieghe della soffice routine in cui si dipana il quieto vivere della comunità periferica (come in un film di Lynch qui rappresentata dall’ordine apparente di stradine con casette allineate, giardini ben potati, linde vetrine di negozi) che si cela la minacciosa presenza del male. E’ il volto tra la folla del vicino di casa, George Harvey (interpretato con sottile gusto per la mimesi e l’understatement da Stanley Tucci, candidato per questo all’Oscar come miglior attore non protagonista), un modesto quanto untuoso travet con l’hobby di costruire case di bambole. Quando il boia incrocia la sua preda, il tempo sembra congelarsi, in un rigurgito di orrore sospeso. I genitori della vittima elaborano il lutto in modo diverso: la madre tende a rimuovere lo strappo fatale investendo emotivamente sui due figli rimasti (in particolare, sulla piccola Lindsey impersonata da Rose McIver), mentre il padre si ostina, dopo la rabbiosa prima reazione, a non rassegnarsi, mantenendo intatto il legame con Susie, lui che coltiva l’ossessione per il modellismo in bottiglia (un’altra metafora di trasparenza) e che ha concesso alla figlia l’utilizzo mensile di un rullino fotografico tra quelli acquistati in stock.

Raramente un titolo, peraltro assai azzeccato, si è mai prestato a tante interpretazioni: gli "amabili resti" alludono agli oggetti appartenenti alla piccola martire custoditi dai familiari come reliquie di una quotidianità troncata e, contemporaneamente, ai reperti di vestiario e attrezzatura scolastica della stessa conservati feticisticamente dal serial killer o, ancora, alle foto scattate dalla vittima nelle settimane precedenti all’appuntamento mortale, fra le quali si nasconde la decisiva traccia che conduce il padre a intuire l’identità del criminale. Come abbiamo già detto, Jackson tende ad assecondare l’ordito romanzo della Sebold (anche lei segnata dal trauma di uno stupro mentre era adolescente: un’esperienza raccontata in seguito in "Lucky", suo altro bestseller), giocando per sottrazioni allusive che glissano sia sugli acerbi trasalimenti sessuali della protagonista sia sulla rappresentazione dell’efferato omicidio. Il film procede per atmosfere e dettagli, il tutto evidenziato con sacrale acutezza come a scoprire l’aspetto esoterico e animistico di questa tragedia sacrificale dalle risonanze marcatamente mitologiche. L’assunto e lo sviluppo appaiono assai ben dissimulati dall’abile sceneggiatura firmata dallo stesso Jackson con i fedeli collaboratori Fran Walsh e Philippa Boyens, mentre l’impalpabile commento musicale di Brian Eno sorregge l’impalcatura della corrispondenza angelica che Susie intrattiene dal suo limbo contiguo alla realtà terrena, nell’inquieto incrociarsi di passioni che attendono, invano, una giustizia terrena in grado di consolare le anime offese dagli eccessi di disumana follia. Così la piccola sacrificata sembra possedere il dono della preveggenza quando percepisce i concreti dettagli dello squallido scenario della sua mattanza (il bagno fatiscente col lavandino sporco del sangue che ancora impregna il rasoio, arma del delitto, fino a scoprire la vasca col carnefice dal volto coperto), non utili ad evitarle la trappola di George Harvey (il cui volto inquieta la ragazzina fino a farla urlare) che l’accompagna dentro la botola nel campo di mais, il suo patibolo. Divenuta immateriale, Susie si concretizza come presenza vibrante nel purgatorio di un aldilà trasfigurato da Jackson con esiti (qua e là leziosi) da stile new age (l’albero, le cui radici sono segno manifesto di armonia, che perde le sue foglie trasformate in uno stormo di uccelli) e come palpitante fantasma in grado di sollecitare lo struggente colloquio col padre incapace di darsi pace attraverso la presenza di una candela accesa o dei riflessi di un gazebo disteso in acqua mentre alcune farfalle tagliano l’inquadratura. A tali derive visuali è contrapposto il divenire squallido e deprimente dell’indagine che gira a vuoto (condotta dal poliziotto impersonato da Michael Imperioli), del tempo che cancella le tracce della passione amorosa del fidanzatino fugace e la crescente ansia frustrata del testardo padre, preda di un legittimo sentimento di vendetta che lo conduce, attraverso il rivelatorio utilizzo di uno scatto colto al volo dalla figlia, ad identificare il killer fino a scoprirne, per mezzo della piccola Lindsey, l’orrendo segreto, sotto il pavimento della stanza da letto, appena in tempo per non allarmare il criminale al suo ritorno a casa (una scena costruita con sapiente suspense hitchcockiana). L’amara constatazione dell’ingiustizia di un’impunità terrena (che solo il caso risolverà nelle forme di un banale incidente non consolatorio) e del seppellimento delle tracce del crimine in un emblematico fossato, fanno da contraltare al sontuoso schiudersi delle ideali porte di un paradiso pronto ad accogliere, nell’altra dimensione governata dalle leggi dell’armonia, le vittime dei crimini del mostro impunito (uno scenario naturale reso abbacinante dai colorati effetti speciali realizzati, con meditato gusto pittorico, dalla società di produzione del regista, la neozelandese Weta). Amabili Resti è un’escursione nell’insondabile che non esita ad interrogarsi sulle resistenti tracce dei legami profondi (ancora una volta familiari) capaci d’intrecciare gli umani destini prima di dissolversi in un Nulla dalle molte voci.

© 2010 reVision, Francesco Puma