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Il Cuore Altrove

1h 43'

Regia: Pupi Avati



Nell'intrecciarsi dei sensi, non solo all'interno di una vera falsa visione di sé, come cinema autobiografico, Il Cuore Altrove pone immediatamente una dissolvenza o meglio l'insanabile contrapposizione che è tipica del cinema di Avati. Quella tra cuore e mente, per cui questo titolo, "il cuore altrove" indica l'impossibilità di conciliare la pulsante espressione emotiva con la regolamentata disposizione dalla ragione. In chiave psicanalitica la supremazia penosa del Super Io sull'Es, ovvero la costrizione torbida dei moti inconsci. E lo scontro divampa furioso tra inibizione e sentimenti disinibiti. Anzi questa divisione riguarda tutti i personaggi e di conseguenza i loro rapporti con se stessi e gli altri. E tale attenzione dello sguardo (mdp) sembra sempre in attesa di cogliere sul fatto i personaggi con i loro tic caratteriali (anche Giannini che fornica davanti alla moglie). Una delle prime descrizioni di Nello non a caso riguarda proprio alcune sue particolari caratteristiche come quella di cantare ad alta voce e di superare senza accorgersene di qualche ottava le voci altrui nei cori. Ma presto la descrizione di questa ennesima storia psicologica si fa più complessa.
In effetti non sappiamo quanto i vari referenti tirati in gioco da Avati siano consapevoli o meno nella sua sottile ed ambigua scrittura (Pupi Avati firma sia il soggetto sia la sceneggiatura). Ci riferiamo all'introduzione di due autori latini: Ovidio e Lucrezio, i quali automaticamente possono essere assimilati come i più autentici espositori in versi della suddetta contrapposizione nell'universo delle passioni e ragioni umane. Disinibito ed estroverso Ovidio, inibito e timido Lucrezio. Ars amatoria contro De rerum natura.

Questa abissale sfida tra campi opposti ha il fulminante effetto di devastare una vita. Nello dice ai suoi allievi che è attratto dalle vicende biografiche dei poeti latini. Anzi sono proprio alcuni particolari delle loro vite che lo spingono ad amare di più le opere. Curioso che Nello si riferisca a Lucrezio, ed in particolare al suo suicidio, ma non faccia cenno alla famosa leggenda (questa è solo suggerita da una allieva) che un filtro afrodisiaco l'abbia reso pazzo d'amore per una donna (una schiava africana, come Angela stregherà Nello), ma la pazzia si estende a tutta la sua vita. Nel film quando Nello va in chiesa per chiedere un miracolo alla santa (far sì che Angela rimanga cieca) sarà il prete vicino all'altare ad accusarlo di malattia mentale. Forse la pazzia di Nello è la stessa di Lucrezio secondo la bella definizione di Guido Ceronetti (in La carta è stanca. Una scelta): "Quella di Lucrezio è la pazzia divina, seduta su una tempesta, un fuoco, una trepidazione dei nervi molto difficile da definire come un morbo clinico. Ma avendo in mano un monumento poetico vertiginoso, i pezzi di vita del poeta vanno cercati nelle parole del monumento, che tra un ruotare armonioso di verità morali, di vicende fisiche e di pene essenziali, rivela un cuore umano aristocratico e cupo, in preda a grandi ossessioni e terrori, un illuminato del dolore, un sapiente senza gioia. La cartella della sua malattia non può trovarsi altrove". Da un lato abbiamo chi vede sempre troppo e a lungo. Nello come l'impiegato avatiano (Claudio Botosso), è immobile, ad osservare lo spazio, le persone, lasciando correre i pensieri, fino ad immaginare perfino quelli altrui come il Moretti di Bianca. Ma più tristemente quest'anima sensibile è condannata alla sconfitta. Avati ne è convinto poiché anche qui, come il già citato impiegato, la storia non può scorrere secondo gli immaginari e gli epiloghi lieti delle favole. Ma lo sguardo di questi personaggi contemplativi ha la forza penetrante delle magiche visioni, ancorché siano sventurate nella loro insopportabile lucidità. Ancora Ceronetti conclude: "certo non c'è una ragione smarrita in questi lunghi triboli mentali. Lucrezio vede con vista infallibile... attraverso i furores lucreziani si arriva, in un trasporto eroico, a verità di luce su luce, oscure soltanto ai ciechi, ai ciechi tutti".

© 2003 reVision, Andrea Caramanna