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Un Altro Pianeta

1h 21'

Regia: Stefano Tummolini



Di spiagge emblematiche, e non solamente vanziniane, il cinema italiano ne ha mostrate tante, a partire da quelle, metafisicamente risonanti, di Fellini e Ferreri (recentemente anche il grande Olmi di Centochiodi ne ha fatto lunare e lunatico scenario d’incipiente degrado). Luogo crepuscolare, anche quando illuminato dal solleone, dove si consumano incontri ed abbandoni e si macerano desideri impotenti e nascondimenti esibizionistici, venne elevato a titolo e a spazio generatore dal grande Alberto Lattuada per il suo, bellissimo, La Spiaggia dove la prostituta Martine Carol si spaccia per una distinta vedova andando a trascorrere, con la figlioletta, una vacanza al mare.
Adesso, incurante delle tante derive sexy e soft–core del naturismo voyeuristico alla Tinto Brass e dei "senza buccia" inneggianti il libero amore, Stefano Tummolini trasforma le porzioni del suo lido privilegiato (che è quello di Capocotta sul litorale romano) in un teatrino alla Renoir, realistico crogiolo di una tenue e vibrante narrazione d’incroci umanissimi. Ma è stato, guarda caso, il demoniaco Brass a consegnargli il "Queer Lion" (il Leone gay) quando questo suo Un Altro Pianeta è stato presentato alle "Giornate degli Autori" durante l’ultimo Festival di Venezia. Si è voluto premiare così un’operina coraggiosa e sottile, costata 970mila euro, gestita in postproduzione e distribuita dalla Ripley’s Film di Angelo Salvatore Draicchio.
Tummolini, peraltro, non è l’ultimo arrivato, avendo alle spalle un’attività di saggista (specializzato in mélo), di traduttore dall’inglese e dallo spagnolo (Thomas Hardy, Gore Vidal e, tra gli altri, lo scrittore/cineasta Guillermo Arriaga), di sceneggiatore di serie televisive, e, per il cinema, di collaboratore di Özpeteck (per Il Bagno Turco) e di Maurizio Ponzi (per Besame Mucho e A Luci Spente). Il suo copione, sufficientemente calibrato e poco programmatico (composto assieme ad Antonio Merone, che è anche il protagonista del film), sviluppa l’incrociarsi di desideri e di svelamenti istintivi nell’arco di una giornata all’interno di una location delimitata dove l’efficace ed affiatato cast di attori (tutti provenienti da una collaudata esperienza teatrale) si è impegnato gratuitamente durante un’unica settimana di riprese.

Tra le dune ancora non arroventate dal sole alto, scorgiamo Salvatore (il già citato Merone) consumare un appartato ed occasionale rapporto sessuale con un ragazzo di passaggio (Michele D’Aiello) per poi andarsi a distendere nudo alla ricerca di una ben temperata rilassatezza. La sua voglia di solitudine è evidente quanto la sua malinconia, nascosta dal fisico possente, segno di un trauma forse irreparabile. A distrarre la sua già svagata concentrazione provvedono i nuovi ospiti di quel lembo di spiaggia per naturisti. Lunghi silenzi si alternano ad eloquenti, reciproci sguardi: la resistenza di Salvatore si fa via via più flebile, condizionato egli com’è dal potere seduttivo di Cristiano (Francesco Grifoni) arrivato in compagnia delle amiche Eva (Tiziana Avarista), Stella (Chiara Francini) e Daniela (Lucia Mascino). A completare l’improvvisato gruppo c’è pure Raffaele (Saschat), un maturo professore universitario a caccia di avventure extraconiugali. Il pretesto del montaggio di una tenda da campeggio favorisce un approccio inizialmente riottoso (soprattutto da parte del protagonista restio ad ogni coinvolgimento) e poi sviluppato in un epidermico gioco d’attrazioni.
Attraverso un asciutto ed ellittico dialogo si scopre così la ferita interiore di Salvatore, la morte del suo compagno di vita. L’elaborazione del lutto si fa più trasparente arroventandosi sulla brace di un bisogno di carnale empatia: tra l’uomo e il giovane Cristiano si stabilisce un fulmineo momento di intimità, un bacio in bocca consumato dietro la staccionata di un bar. E poi il tuffo nel vorticoso gioco femminile, con la solare ed estroversa Stella che manifesta il sovratono dell’affezione attraverso fatui quiz da spiaggia per poi svelare, con nonchalance sospetta, la condizione del padre morente. Accanto a lei la più reticente e gentile Daniela che prova ad attirare Salvatore con l’ingenuo escamotage di un finto malore.

La sguardo ironicamente analitico del regista, fino ad allora impegnato a tratteggiare il minimalistico intreccio delle esposte e denudate psicologie dei personaggi, si fa più acuto nel sondare la sincerità di una palpitazione non solo fisica che costringe l’occasionale, e un po’ forzata, coppia a togliersi le rispettive maschere: i due fanno l’amore, lui rivelando di non essere un poliziotto (come si era presentato) bensì un fioraio, lei di essere sieropositiva. La digitale HDV che ha ripreso le fasi di questa piccola ronde di pulsioni sospese e di rigurgiti emotivi soffocati, allarga idealmente il campo a rivelare l’arguto teorema sulla fatalità beffarda dell’eros che Tummolini ha concettualmente condotto con il dovuto, implacabile disincanto. Sul finale, sottilmente struggente, la spiaggia ospita, come quella di Mann e Visconti, il fantasma del defunto amante del protagonista, reificatosi al tramonto. Del resto, è la sabbia a scorrere dentro ogni clessidra, segnando il tempo impalpabile dei lunghi addii e delle empatie fulminee che servono a scacciare l’ottenebrante ed incombente sentimento di vuoto, comune afflizione contemporanea. In questo segmento conclusivo rintracciamo così la comunanza con il congedo dell’ammalato protagonista che si lascia morire alla fine di una giornata in Il Tempo che Resta, recente e bellissimo acquerello cinematografico firmato Ozon.
Un Altro Pianeta ci proietta tutti nell’universo parallelo delle comuni riflessioni ed agitazioni interiori, con un taglio rohmeriano che favorisce l’aggraziata sensibilità di tutti gli interpreti, corpi e anime al servizio di un film sincero e tagliente, capace di volare oltre ogni definizione (non rientra nel filone del gay–movie, l’orientamento sessuale ondivago dei personaggi è autentico segno di alterità e davvero fa la differenza!) come un miracolo che il nostro cinema, abituato a guardarsi l’ombelico (e mai più sotto o sopra), riesce di tanto in tanto a regalarci.

© 2008 reVision, Francesco Puma