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Altri Uomini

1h 30'



Produttori che diventano registi, uomini di successo smaniosi, dopo una vita passata dietro una scrivania, di essere finalmente ricordati per un film da loro diretto. Registi improvvisati troppo spesso schiacciati dal peso dell'inesperienza, dalla frenesia di dover dimostrare a tutti i costi di non essere i semplici realizzatori di un capriccio.
Claudio Bonivento non appartiene a questa categoria: produttore fra i più noti in Italia, diventa regista quasi per necessità e lo fa nella maniera più discreta. Acquistati i diritti del libro Io Il Tebano di Antonio Carlucci e Paolo Rossetti ed essendo impegnati in altri progetti i registi da lui reputati più adatti a dirigerlo, Bonivento, produttore da prima linea, abituato a seguire di persona sul set la lavorazione dei suoi film, sceglie di esporsi direttamente, mosso in primo luogo dall'interesse per l'argomento trattato, dalla voglia di analizzare un determinato ambiente della Milano degli anni Settanta.

Il Tebano è Angelo Epaminonda, figura di punta della malavita milanese e poi italiana di quegli anni, divenuto poi collaboratore di giustizia, ed il libro ne ripercorre le vicende giornalisticamente, sotto forma di intervista. Il Michele Croce di Altri Uomini non è il suo fedele ritratto, così come il film non è assolutamente la cronaca dei fatti realmente accaduti raccontati in Io Il Tebano, ma un trattamento drammaturgico degli stessi.
Michele (Claudio Amendola), rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, ripercorre davanti al magistrato le tappe fondamentali della sua vita: le difficoltà degli inizi, emigrato dalla Sicilia, la miseria, il razzismo, la decisione di reagire, di emergere, di diventare qualcuno ad ogni costo, nel bene o nel male. Iniziano così le prime rapine, i primi affari poco puliti, fino all'incontro con Loris Corbi (Ennio Fantastichini), il numero uno della criminalità milanese di allora: gli salva la vita, diventa suo amico e, con tutta la sua banda, entra nel giro grosso dalla porta principale.

Piccola fotografia di un decennio di vita italiana, Altri Uomini torna a raccontare a tanti anni di distanza da Banditi a Milano di Carlo Lizzani e dal filone dei vari Milano Violenta o Torino Nera, tanto in voga negli anni Settanta, la realtà di una malavita italiana che potremma definire autonoma, basata com'era sulla forza del singolo e priva di contatti con le grandi organizzazioni mafiose o camorriste. Ed è proprio il fascino del gangster nostrano ad aver attratto Bonivento, un nemico pubblico numero uno scevro da false mitizzazioni, colto nel suo ambiente, nella sua famiglia, del quale vengono messi in primo piano gli aspetti umani, scegliendo di non mostrare mai una violenza fine a sè stessa, gratuita, fatta di schizzi di sangue, ma di procedere con un film volutamente semplice e descrittivo in cui a prevalere fosse il rigore.
Ma, pur apprezzando tutto questo e giudicando più che positivo l'esordio di Claudio Bonivento, viene spontaneo chiedersi da cosa potesse scaturire la necessità di narrare una storia che, sia pure su piani diversi, non aggiunge niente di nuovo alle tante altre descritte ultimamente dal cinema italiano. Sia pure ammettendo che l'ambientazione scelta non sia stata particolarmente sfruttata, Altri Uomini tratta la solita vicenda italica in modo non difforme da tanto cinema cosiddetto sociale o di denuncia e non riesce a differenziarsene nemmeno nella scelta dei protagonosti che, per quanto molto bravi, non possono allontanare l'impressione del già visto, risultando ormai quasi intrappolati nel loro ruolo di cattivi. Ci sembrano quindi maggiormente da apprezzare una Veronica Pivetti che, reduce da due film comici, il primo addirittura campione di incassi, affronta felicemente una parte dal forte contenuto drammatico, ed il sempre interessante Antonino Iuorio.

© 1997 reVision, Carlo Cimmino



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