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Un'Altra Giovinezza

Youth Without Youth - 2h 05'

Regia: Francis Ford Coppola



Sei la donna che passa / Come una foglia / E lasci agli alberi un fuoco d’autunno...
(Giuseppe Ungaretti, "La morte meditata")

Dieci anni sono trascorsi da L’Uomo della Pioggia, romanzo di Grisham dal quale Francis Ford Coppola girò il suo ultimo film prima di questo Un’Altra Giovinezza. Dieci anni di silenzio e adesso la sorpresa del cineasta rinato: un altro uomo della pioggia, Tim Roth truccato da settantenne, immerso in una fredda domenica di Pasqua del 1938, intenzionato a prendere un treno che dalla cittadina di Piatra Neamt lo condurrà a Bucarest, meta fatale dove egli vuole suicidarsi ingerendo la stricnina tenuta nascosta in una busta stretta sotto il braccio. Quando giunge nella piazza della capitale rumena, mentre è in corso un temporale, l’uomo, che si chiama Dominic Matei ed è un anziano professore di linguistica sconvolto dalla depressione, decide di aprire l’ombrello ed è proprio allora che un fulmine lo colpisce. Egli però non muore, perché il gioco del caso e della necessità ha in riserbo per lui una possibilità fatale, quella di ritrovare la giovinezza fisica e spirituale. Facilissimo, a questo punto, è rintracciare la metafora stringente che lega l’atteso ritorno di Coppola alla folgorante ispirazione che lo ha condotto a prendere spunto dal romanzo di Mircea Eliade (Bucarest 1907 – Chicago 1986), una delle figure intellettuali più prestigiose del Novecento, filosofo, storico delle religioni orientali, studioso di yoga e sciamanesimo. Il ritorno alla giovinezza perduta è un topos che il regista ha già affrontato nell’agrodolce, nostalgico, elegiaco Peggy Sue si è Sposata, dove il risveglio da un coma riportava indietro di venticinque anni l’allora splendida Kathleen Turner. In Un’Altra Giovinezza presentato in prima mondiale alla recente Festa del Cinema di Roma, i toni di questo movimento a ritroso assumono connotati assai più inquietanti e problematici. Il miracolo, per Matei, è un vero e proprio sdoppiamento traumatico che diventa oggetto di studio per alcuni scienziati nazisti. Vissuta come una convalescenza metafisica, il protagonista si trasforma in un essere sospeso tra conscio e inconscio, in un emblematico esempio di dualità dove si affrontano categorie come ragione ed eros, femminile e maschile, tenebre e luce, materia e spirito. A studiare il caso di Matei c’è il professor Roman Stanciulescu (un grande Bruno Ganz) che lo isola in una stanza, registrando su un nastro tutti i ricordi familiari (l’ascolto come metodo di analisi esistenziale, leit-motiv dell’indimenticabile La Conversazione). Basta una foto di album con una data, Tivoli 1894, ed ecco che la memoria sensoriale evoca l’odore dell’oleandro capace di rendere concreto il ricordo di un amore passato, quello per Laura morta di parto (e qui il controllato virtuosismo coppoliano è in grado di restituirci la dimensione del tempo trascorso, il suo odore con un’intensità nemmeno sfiorata dal mediocre regista Tom Tykwer per la sua riduzione del bel teorema sull’olfatto come visione del mondo che è Profumo – Storia di un Assassinio).

Matei diventa così un "fenomeno", corteggiato da agenti segreti tra i quali Josef Rudolf (André M. Hennicke), uno scienziato nazista che studia gli effetti letali dell’elettricità sugli animali e che vorrebbe trasformarlo in cavia per i suoi esperimenti (qualche analogia è riscontrabile sia nel bergmaniano L’Uovo del Serpente che nel più recente, intelligente blockbuster di Christopher Nolan, The Prestige, dove la magia del teletrasporto diviene il pretesto per un’indagine sulle sfide che la scienza pone all’uomo). La memoria evoca poteri che sviluppano l’uso delle lingue esotiche e ancestrali come il cinese, il latino e l’armeno, mentre l’eros recuperato trova il suo oggetto privilegiato nella "Donna della stanza 6" (Alexandra Pirici, affascinante e procace), spia della Gestapo con la svastica tatuata sulla giarrettiera nera che lo seduce mentre registra di nascosto le conversazioni notturne del nostro. Le vicissitudini di Dominic lo conducono ad assumere altre identità, finendo a Ginevra dove si rifugia dal 1941 al ’55. E durante un’escursione in montagna, verso Vallino, dalle parti del canton Ticino, egli s’imbatte in Veronica Bühler, una turista che, con l’arrivo di una tempesta, finisce anch’essa per essere colpita da un fulmine. Rinvenuta accovacciata in una grotta la donna assume la nuova identità di "Rupini", discepola capace di argomentare in sanscrito, di un profeta del VII secolo, di nome Chandraktiri. Tra affascinanti sovrapposizioni d’identità il film prosegue nella sua speculare indagine intorno ai misteri del tempo, evocando la sostanza delle enigmatiche ipotesi che le labirintiche tesi di Eliade elaborano nel corso del suo giocoso ed impervio romanzo. Quando l’azione si sposta in India, scopriamo, attraverso le teorie del professor Giuseppe Tucci (Marcel Iures), che Veronica ha recuperato, attraverso Rupini, una propria vita passata. Ora è lei l’oggetto del desiderio e dell’inesauribile curiosità di Dominic: la loro storia d’amore impossibile si sviluppa a Malta, dove l’uomo registra le parole della donna durante il sonno, tracce di egiziano antico e di lingua babilonese, viatico di una trasmigrazione che non riguarda solo l’anima ma anche il corpo. Mentre lui ringiovanisce, l’altra invecchia precocemente: la forsennata ricerca di un linguaggio "altro", esoterica sintesi di tutte le lingue del mondo, s’incrocia con lo struggente divenire di un desiderio che si ritrova a fare i conti con l’ineluttabilità della morte. Il protagonista di questo sapienziale, magnifico apologo di Coppola, la sua lotta contro gli incidenti del tempo e le loro conseguenze, il suo desiderio d’amore e di libertà ci rammentano certi personaggi di Kieslowski, le loro fughe, i loro ritorni e sconfinamenti (in particolare, quel parrucchiere polacco interpretato dal sublime Zbigniew Zamachowski in Film Bianco, esule in Polonia nascosto, come un clandestino, dentro un baule). Una ulteriore fuga conduce Dominic fino al luogo di nascita, nella cittadina di Piatra Neamt del 1969, già abbandonata nel lontano – vicino 1938. Non c’è dunque una meta definitiva nell’incessante pellegrinaggio del nostro, né è possibile ritrovare un’identità stabile nella geografia interiore dei personaggi femminili di questo frenetico viaggio nel mondo degli specchi che il film racconta. E infatti, ad interpretare Veronica, Laura e Rupini come incarnazioni in un gioco di scatole cinesi, troviamo un unica, straordinaria attrice, Alexandra Maria Lara (la cui intensità abbiamo apprezzato in La Caduta – Gli Ultimi Giorni di Hitler), con una performance che ci rimanda quella, altrettanto memorabile, di Leonor Silveira in Specchio Magico di Manoel de Oliveira, altra storia di consunzione che riguardava l’anima della classe morta, quella borghese.

Ma non pensate che in questa potente incursione nei frastagliati territori dell’interrogazione filosofica, a ritroso fino alla domanda prima che riguarda il discorso sul tempo interiore dell’esistenza umana, Coppola abbia smarrito il gusto per il cinema–cinema. Un’Altra Giovinezza sembra illuminare con toni nuovi il resto della produzione dell’autore di Apocalypse Now, inducendoci a rivedere con spirito rinnovato anche opere minori e apparentemente innocue come il suo, sottovalutatissimo, Jack. In quest’allegoria sulle possibilità del linguaggio di dare forma all’invisibile, ogni simbolo trova la propria adeguata, limpida dimensione: oltre al fulmine, flagrante elemento di rinascita, le tre rose (due delle quali sono consegnate a Dominic dal proprio doppio come segno d’esistenza reale, l’altra a figurare l’eternità) alludono all’iconografia cristiana e buddhista che ne fanno rappresentazione d’illuminazione. Qui si celebra l’eterna giovinezza delle immagini, la loro forza epifanica: nei titoli di testa l’icona della rosa è lavorata evocando la magnifica retorica delle produzioni anni ’40 della RKO, così come il troncato finale senza coda con la parola "fine" alla maniera dei classici della Hollywood che fu. E’ il trionfo di una volontà di sguardo che si esercita a sperimentare incessantemente il gioco ambiguo di una finzione capace di ricreare la realtà come sogno: e così, ecco la Ginevra notturna ed espressionista nella quale naviga il bravissimo Tim Roth (spettrale quanto mai) vestito di scuro e con cappello a falde larghe che ricorda Peter Lorre in M, il Mostro di Düsseldorf di Lang. Ecco l’orologio scandire, al di là del riferimento alla superiore verità di un Dio assente che governa tutti come vuole Eliade, i riferimenti al genere noir e a titoli come Il Tempo si è Fermato, gioiello di John Farrow con Charles Laughton.
Anche nella scelta degli attori, Coppola indica le sue predilezioni, affermando la propria implacabile visione del mondo e del cinema, ferma come la propria macchina da presa che egli si ostina a non voler muovere (il suo è tutto un meraviglioso gioco di tagli e prospettive che si risolve in sede di montaggio): in un cameo non accreditato troviamo Matt Damon che è stato protagonista de L’Uomo della Pioggia, nel ruolo di Ted Jones, corrispondente del "New York Magazine" che riconosce Matei in un locale. E c’è anche Anamaria Marinca, la folgorante protagonista di 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni ancora una volta in un albergo ma non persa tra i corridoi bensì dietro il bancone della reception.
Un’Altra Giovinezza è uno di quei film che ci dicono quanto la settima possa essere, in mano a certi suoi maestri, un’arte totale. E’ un film apolide, che coniuga cultura europea e americana attraverso una figuratività epicamente postmoderna. Così la splendida colonna sonora di Osvaldo Golijov (compositore romeno cresciuto in Argentina, di formazione classica e dedito al repertorio operistico) sa creare una coerente commistione tra i malinconici richiami romantici al pianoforte di certi passaggi alle più ampie sonorità in stile Bernard Herrmann durante le sequenze ambientate negli anni del nazismo. E tutto il film ha l’andamento di una sinfonia, condotta da un cineasta che non ha paura delle dissonanze. Con l’ausilio dell’ellittico montaggio del fedele Walter Murch, Coppola ci regala una sentita, sincera, indipendente riflessione sulle metamorfosi umane, vissute nei sentimenti e nelle pulsioni che devono trovare, attraverso le infinite possibilità che la Storia e la Scienza offrono, il giusto spazio/tempo per ritrovarsi intatte. E’ nel dialogo con la finitezza del nostro esistere, con la morte, che l’uomo può vivere la propria resurrezione, dando senso allo scorrere del tempo come c’insegna James Joyce in "Gente di Dublino" (dal quale John Huston trasse il testamentario suo The Dead): è in questa mancata risposta l’incantesimo che fa incamminare Dominic Matei, protagonista di Coppola, lungo il sentiero interrotto di una giovinezza (che è anche quella della domanda filosofica) eterna come un sogno.

© 2007 reVision, Francesco Puma