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I Lunedì Al Sole

Los Lunes Al Sol - 1h 53'

Regia: Fernando León de Aranoa



Film sui disoccupati, film sulla disperazione e sulla ricerca di dignità. Basterebbe, e per qualcuno è bastato, inserire I Lunedì Al Sole nell'eterno confronto tra film del genere e il cinema di Loach. Ciò che sfugge è semplicemente riflettere su quanto il tema affrontato da de Aranoa sia simile ad altri, poiché l'esistenza di queste persone è simile ad altre, a parte la diversa collocazione geografica, e sempre più si sente la necessità di offrire la parola a chi, in questo inizio millennio, aumenta il numero di disperati riducendo, con inesorabile costanza, il limite che separa questi a coloro un tempo certi di salvarsi dalla sorte che colpisce Santa, Jose, Lino, Ana - e possiamo essere certi che anche loro avevano quella certezza. E' l'accentuarsi di uno stato di cose a determinare la crescita di tali questioni e a interessare il cinema, che poi non tutti i registi ritengano opportuno parlarne è un'altra questione. Tra coloro che se ne interessano troviamo uno come de Aranoa, con uno stile del tutto personale, quindi non paragonabile ad altri, ma proprio perché si nutre di quel tema, somigliante ad altri.
Il protagonista di questa amara, dolce, triste e a tratti ironica vicenda è l'attuale liberismo, il deux ex machina di protagonisti che si sarebbero volentieri confusi in una vita ordinaria, quel capitalismo oggi rappresentato dalla corsa alle privatizzazioni, dallo scavalcamento delle regole sociali, da quel sistema che ha ucciso lo stato sociale in nome di un profitto che s'identifica con anonime multinazionali. Che venga da destra (come Aznar) o da sinistra (Blair, sinistra?) il processo appare inevitabile, come le guerre, la guerra che stiamo vivendo apparentemente attraverso i media, in realtà sulla nostra pelle. Tutto sembra lontano, tutto è tragicamente vicino.

In una città del nord della Spagna, Santa, Jose e Lino perdono il lavoro. Le fabbriche e i cantieri navali che hanno mutato il panorama e l'economia della loro terra, non offrono più il Lavoro - concetto assimilabile all'esistenza umana prima che atto pratico portatore di una vita dignitosa. Ogni lunedì queste persone si recano all'ufficio di collocamento con sempre minore speranza, e nel recarvisi prendono il battello, paradossale momento di svago vacanziero. I loro atti sono sempre uguali, come le bevute nel locale dell'amico ed ex collega - che ha accettato la buona uscita in cambio del silenzio, ricatto sempre più frequente e riuscito perché il bisogno, la paura del futuro, condizionano -, come il rituale odorarsi di Ana che lavora di notte in una fabbrica di inscatolamento.
La storia non ha un vero sviluppo, perché questa storia è chiusa in un sistema circolare che tiene incatenati allo stesso punto, dove i sogni - quello di Santa di andare in Australia - rimangono tali, in cui ogni tentativo è stroncato sul nascere - le banche non danno prestiti a chi non ha soldi, logico no!? -, dove la vita privata cessa di esistere nel momento in cui il dramma della sopravvivenza ne mina le basi - il rapporto di Ana e Jose viene gradualmente distrutto dal malumore, dai silenzi, dalla rassegnazione. Perdere il lavoro vuol dire perdere la propria esistenza, gli affetti, la gioia di stare insieme agli altri, poiché essere disoccupato vuol dire perdere il desiderio di riscatto sociale, perdere il proprio esserci nel mondo, la propria utilità nei confronti della famiglia. Chi non ha lavoro non può mantenere le promesse fatte a se stesso e alle persone che ama. Perdere il lavoro significa, infine, perdere una cultura, una morale.

I Lunedì Al Sole ha il pregio dei film realizzati partendo da un lungo processo di documentazione necessario per osservare da vicino la materia che si propone di ricreare. Il sistema circolare si risolve visivamente in pochi movimenti di macchina, in ripetizioni frequenti di campi su cui prevalgono i piani stretti, un limite dell'inquadratura che significa scarso spazio di movimento; al di fuori di questo limite le immagini delle lotte dei lavoratori costituiscono un prologo, un'introduzione che chiarifichi chi sono i personaggi, da dove viene quell'incertezza, quella precarietà dell'esistere, qual'è stato il punto di rottura e l'inizio dell'isolamento. Un ghetto di disperati come ce se sono tanti.
Ecco che de Aranoa sembra quasi Loach, ma l'unica vera analogia può rintracciarsi - a parte nella serietà d'impostazione - nell'assenza di originalità del sistema economico-sociale di questo moribondo capitalismo.

© 2003 reVision, Emanuela Liverani