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Ilaria Alpi - Il Più Crudele Dei Giorni2h
Regia: Ferdinando Vicentini Orgnani La vicenda Ilaria Alpi è una di quelle ferite ancora aperte nella coscienza politica e sociale del nostro Paese, un grido
non raccolto che esige la giustizia delle corti e merita il tributo del ricordo. Del silenzio che persiste nelle sedi competenti,
Il Più Crudele Dei Giorni fa un vessillo di vergogna, raccontando la cronaca di una tragedia con lo scopo dichiarato di
denunciare l’omertà ed onorare la memoria. La pellicola di Ferdinando Vicentini Orgnani, scritta a quattro mani con Marcello Fois,
dimostra tuttavia come non sia di per sé sufficiente una storia importante e grave per realizzare un prodotto cinematografico
di qualità. Diversi, infatti, sono i pregi di questo film (liberamente ispirato al libro di Mariangela Gritta Grainer, Maurizio
Torrealta, Giorgio e Luciana Alpi, "L’esecuzione") a partire dall’ottima prova degli interpreti (da Giovanna Mezzogiorno a Rade
Sherbedgia) ed un montaggio superiore a quello di altri analoghi film-inchiesta, ma evidenti sono anche le sfilacciature nella
sceneggiatura e nel ritmo della narrazione che finiscono col produrre cali di tensione e lentezze farraginose di difficile digestione
per il pubblico del grande schermo. La natura circolare della costruzione impone che le voci concitate, gli scenari di guerra e
gli spari da cui si avvia la storia, nella drammatica sequenza iniziale, coincidano e si sovrappongano con la tragicità della scena
finale: due cadaveri, nessun responsabile, poche lacrime a mondare lo scempio. Tutta la vicenda viene ripercorsa a ritroso a partire
dall’esecuzione, ricostruendo le tappe che l’hanno preparata quali necessari tasselli di un disegno ordito con freddezza e premeditazione.
Il film racconta l'ultimo mese di vita della giornalista Ilaria Alpi e del suo cameraman, Miran Hrovatin, dei loro spostamenti fra l'Italia e la Somalia, di strade sterrate, sole invasivo e vento sabbioso e celebra l'umanità di chi ha la consapevolezza di non essere nato arreso. La narrazione si avvale degli autentici filmati della televisione americana e svizzera, oltre che dei reportage di Ilaria e delle testimonianze di chi l’ha conosciuta condividendo con lei l’attimo corrusco e denso in cui la verità sembra poter essere consegnata agli onori della cronaca. Si fanno i veri nomi delle persone coinvolte (alte cariche dell'esercito, funzionari governativi, esponenti malavitosi) ma naturalmente la pellicola, pur sposando una delle ipotesi più verosimili ed accreditate dell’accaduto, non può prescindere dalla sua essenza di prodotto di fantasia, relativamente ai vuoti da colmare per esigenze di copione e fiction. Quanto accadde nove anni fa a Mogadiscio, infatti, è circondato da un mistero fitto di zone buie: ritardi nelle indagini, errori grossolani ed omissioni imperdonabili, mancato interrogatorio dei testimoni chiave e la morte, in circostanze ancora da chiarire, dell'autista che guidava la macchina su cui furono uccisi Ilaria e Miran. Un film di non facile realizzazione per le pressioni e minacce che ne hanno rallentato l’iter produttivo ma che, alla fine, realizza
il suo proposito di denunciare corruzione e connivenze, impedendo che le ombre inghiottano un caso che, come altri della nostra
storia recente, ha sbattuto contro il solito muro di gomma. La realtà, crudissima, è che il 20 marzo 1994 la giornalista RAI Ilaria
Alpi ed il cameraman Miran Hrovatin vengono uccisi in un vero e proprio agguato a Mogadiscio. Le vicende dei due professionisti,
personaggi coerenti con la propria missione ma affatto sprovveduti, seguono la pista del traffico di armi e rifiuti, filo rosso
che collega tutti quei Paesi dove guerra e povertà convivono, dimenticati dal resto del mondo, ogni giorno. La solidarietà internazionale
ed i programmi di cooperazione sembrerebbero coprire le attività illegali, ma la voglia di raccontare la verità, per l’ennesima volta,
viene spazzata via a caro prezzo: dopo la morte, il buio. Forse ciò che risulta poco sviluppato, nel film, è il tema della dicotomia
verità/giustizia così come la riflessione circa la libertà di parola quale naturale corollario della libertà di pensiero e, ancora,
il lasso di tempo considerato risulta, alla fine, troppo breve per consentire di comprendere e penetrare le motivazioni dei due
giornalisti, lasciati soli nel cammino verso i propri giustizieri ma, certo, non martiri volontari di una persecuzione che non
avevano scelto.Il film sul caso Ilaria Alpi si inserisce, a piena ragione, nel solco del cinema civile, nella tradizione percorsa con orgoglio e sincerità da Rosi, ma la piattezza di una narrazione quasi televisiva non rende giustizia né ai due giornalisti né ai bravi interpreti, sempre sulla soglia dell’immedesimazione fisica, anche se l’impegno è evidente e rimane degno di apprezzamento. © 2003 reVision, Elisa Schianchi |
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