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Almost Blue1h 53'
Regia: Alex Infascelli La contemporaneità raccontata attraverso la tecnologia. Sembra banale, ma le
ossessioni di serial killer, malati mentali, handicap fisici, o più innocui
voyeur sono fissate nello spazio-tempo tecnologico delle protesi organiche,
il telefono, la rete internet, il computer, in una percezione-incubo che è
dell'assassino, ma anche dell'individuo cosiddetto normale. La normalità,
appunto, vacilla, di fronte alle sensazioni nuove, indescrivibili,
invisibili o sottovalutate. Per questo in Almost Blue, già il titolo
corrisponde ad un circa, il "quasi" che sfiora e rende precarie le certezze.
La ricerca del serial killer è così un avvicinamento alla dimensione mai
sperimentata. Prova, di recente, portata verso estreme conseguenze da The
Cell, film che potrebbe avere molti punti in comune con il primo
lungometraggio di Alex Infascelli. Anche quest'ultimo, infatti, come Tarsem
ha una lunga esperienza di videoclip (tra i quali Lucy dei Cocteau Twins).
Entrambi tentano di filmare il "mondo interiore". Tarsem ambiziosamente
cerca di sondare le profondità della mente e di estrinsecarne immagini. Come
ha suggerito Fabrizio Pirovano: "Celato dietro l'appartenenza al genere
serial killer, The Cell si rivela come un film contraddittorio e
destabilizzante" e ancora "The Cell è un film visivo e visionario.
L'immagine è la vera padrona dello schermo". Infascelli gioca una visionarietà di colori
e suoni (è importante il contributo delle musiche dei
Massimo Volume). La voce e il colore sono la stessa cosa? Sono le sfumature,
le varietà di sentimenti ignoti? Cosa significa veramente la "voce verde"?
Questo caleidoscopio di colori e suoni è attraversato dalla macchina da
presa. E ogni spazio è sondato come in un viaggio di perlustrazione
comunicante angoscia e sorpresa perché ogni piccola cosa nasconde un
segreto. È un'immersione totale, inquietante, un percorso che sfalda le
minime sicurezze. La camera d'albergo in cui è ospitata la giovane
ispettrice Grazia Negro (Lorenza Indovina) comunica l'ansia di una terribile
prigione. Il distretto di polizia ha la fatiscenza di un luogo anonimo e
perduto. L'ambientazione nella città di Bologna e nel mondo universitario è
di una neutralità sconcertante. L'abitazione di Simone è tutta in quello
spazio di pochi metri quadri, angusto, ristretto, sommerso da decine
d'apparecchiature che si alzano a colonna, come mura gigantesche che occultano
un altro mondo o sembrano le protesi per captare l'altro mondo. La cecità di
Simone, quasi una sorta di Caronte infernale, appare come la chiave segreta
per oltrepassare il limite. Superare la barriera che ci consentirebbe -
dovremmo, forse, essere tutti cechi come Simone - di entrare nello spazio
misterioso degli altri sensi: l'udito, l'olfatto, il tatto. Ora non siamo
sicuri che le capacità di Simone siano soltanto la destrezza di riconoscere
l'ispettrice dal rumore dei suoi passi e dall'odore pungente dei suoi
vestiti, l'aroma metallico della pistola. C'è qualcos'altro. È l'enigma
della voce verde. È il mistero del serial killer, di un vissuto diverso che
trova la sua normale espressione nel martirio dei corpi, nella necessità
intima di ritualizzare in azioni terribili l'esperienza remota della vita
infantile. Col terribile dubbio che ciascuno di noi porti con sé un'inquietudine
sconosciuta pronta ad esplodere o a rimanere neutra e coperta
dal coacervo di sensazioni superficiali; gli organi di senso sono per le
"persone normali" l'unica àncora di salvezza, i bagliori, come le
dissolvenze in bianco, che mantengono l'illusione del mondo, celando l'oscura
profondità dell'universo.
© 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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