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Salvador Allende

1h 40'

Regia: Patricio Guzman


Scrivo queste rapide righe a soli tre giorni dai fatti inqualificabili che hanno portato alla morte il mio grande compagno, il presidente Allende. Sul suo assassinio si è voluto fare silenzio; è stato sepolto segretamente; soltanto alla sua vedova è stato concesso di accompagnare quell'immortale cadavere. (...) Quel cadavere che andò verso la sepoltura accompagnato da una sola donna, che portava con sé tutto il dolore del mondo, quella gloriosa figura morta era crivellata e frantumata dai colpi delle mitragliatrici dei soldati del Cile, che ancora una volta avevano tradito il Cile.
Santiago, 15 settembre 1973 (Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto)


Digressione. Il 23 settembre il poeta Pablo Neruda, premio Nobel per la letteratura nel 1971, militante politico nella Unidad Popular, ambasciatore in Francia per il governo Allende, muore a Santiago. Le vite di Neruda e Allende s'intrecciano al punto da esaurirsi a distanza di pochi giorni e, come fu per l'abitazione del presidente, bombardata e saccheggiata, anche la residenza di Neruda a Santiago e quella storica a Valparaíso subiscono una sorte analoga da parte dei militari.

Gli effetti personali del Presidente democraticamente eletto del Cile. Il primo nella storia della nazione. Un orologio, il portafoglio, la tessera del partito. Salvador Gossens Allende muore suicida all'interno del palazzo governativo de La Moneda mentre, dopo aver subito un feroce bombardamento, i militari salgono le scale. Allende decide di non darsi vivo al nemico. La scelta del Presidente sarà dibattito degli anni a venire, ma in quel momento la parola d'ordine è non cedere nulla, ma proprio nulla, a chi usa le armi della violenza per concludere un'esperienza unica nella storia del sud America, persino unica, come ebbe a dire Fidel Castro, nella storia dell'uomo: una rivoluzione realizzata pacificamente.
Gli oggetti di Allende non hanno comunque la stessa forza evocativa della perfetta metà degli occhiali sporchi di sangue conservati in una teca di vetro. Da qui può prendere forma il documentario di Guzman, cineasta che in quegli anni, prima di partire esule a Parigi, segue con il mezzo che gli è proprio la più incredibile, appassionante, concretata utopia della storia contemporanea, quella di un popolo identificato totalmente al suo leader onesto, giusto, dalla straordinaria forza morale foriera di una coerenza spinta sino al suo limite. "Allende, el pueblo te defiende", la frase urlata per anni sottolineando la totale identità tra il popolo e il corpo che lo incarna, quello di un uomo che non voleva essere martire.

Filmati d'epoca - dalle prime campagne elettorali in cui per tre volte Allende si presenta candidato alla presidenza, passando per le foto personali di una vita movimentata e dedicata interamente al proprio paese, sino a giungere alla quarta e vittoriosa candidatura, ai giorni del governo, alla fumante La Moneda - e interviste realizzate per l'occasione - la figlia della madre di latte, gli amici, gli ex militanti dell'Unidad Popular, gli ex uomini di governo, artisti, grandi e piccoli compagni di viaggio, la segretaria privata e la celebre figlia Isabelle - per raccontare un uomo. La vicenda propriamente storica, quella degli accadimenti, è parte inevitabile e necessaria della narrazione, persino una vecchia intervista all'allora ambasciatore statunitense in Cile diviene uno strumento per dare alla Storia il suo spazio fatto di cifre, tradimenti, cospirazioni, per fare i nomi di Nixon, Kissinger, per testimoniare i fatti nudi e crudi. La stessa dittatura di Pinochet - appena accennato come il ruolo importante che ebbe la Democrazia Cristiana cilena nel golpe - è raccontata nel suo atto di nascita espressa negli scioperi pilotati dall'alleato e sovvenzionatore statunitense, nelle manifestazioni della destra e nelle sue voci colme di odio, nell'assassinio del generale Schneider contrario al golpe, attraverso le immagini dei giorni che precedettero l'assedio de La Moneda, sintetizzata soprattutto dalla morte in diretta di un operatore argentino ucciso da un soldato, la telecamera che cade riprendendo l'asfalto.

Salvador Allende è un film dedicato ad un uomo ma sopratutto al popolo cileno e su come oggi vive, se e fino a che punto lo vive, un passato che Guzman non si stanca mai di dichiarare presenza costante, realtà relegata momentaneamente sotto la calce di un muro da scrostare, come quello dell'aeroporto di Santiago - lo spirito attuale di Allende è palesato dal suo intervento all'ONU sul potere sovranazionale delle multinazionali, discorso realizzato con la solita passione e accolto dai delegati da una vera e propria ovazione. Un popolo che il cineasta interpella, impegna in discussioni, costringe ai ricordi emozionandoli ora come allora fermando i più anziani in quadri fissi la cui mobilità può assumere la forma di un mano che lentamente si porta ad asciugare una lacrima al pensiero di quell'11 settembre, o quelle occupate ad impastare uno dei piatti preferiti di "Chicho", come veniva familiarmente chiamato il presidente.
Pacato, discreto, quasi timoroso di parlare a voce troppo alta ma sicuro dei suoi pensieri, Guzman, da cineasta esperto, ci regala momenti di intensa emozione e di ormai raro impegno sostanziale in forme a noi ormai sconosciute, con il dichiarato intento di disvelare le cose migliori celate dalla vergogna di un oggi troppo preso a ridicolizzare le utopie, a gettare nell'oblio persino il modo in cui si è convinti di dover definire le cose, eppure cedendo alla trappola di un modus vivendi in cui il presente supera se stesso cancellando finanche lo ieri in nome di un superamento fittizio delle storture sociali.
La necessità di richiamare quel popolo - a sua volta testimonial di tanti, di troppi- suonando campanelli per fare quella che oggi dovrebbe essere una domanda semplice, pronunciando un nome che dovrebbe risvegliare le coscienze se è vero che la dittatura di Pinochet si è conclusa, e che invece è ancora tabù, si compenetra con l'esigenza personale di Guzman di riprendere il filo di una esperienza personale. Il recupero di vecchi rulli di pellicola impressa trent'anni prima, quando il regista seguiva colui che ha cambiato per sempre la sua esistenza, sono la base su cui si costruisce un documento importante, come si direbbe da non perdere, un impegno preso essenzialmente per comunicare una speranza mai sopita, quella di riconoscere finalmente il proprio paese, sentimento comune a molti cileni esuli e tornati con fiducia nel proprio paese per ritrovarsi stranieri.

"Non hai paura a vivere in questo paese?"
(...) "E tu non hai avuto paura a vivere gli ultimi vent'anni nel tuo?(...) Questo paese ha altrettante ferite del nostro, solo che sono visibili. La sporcizia è sotto gli occhi di tutti. Forse qui le cicatrici, esposte all'aria, si rimargineranno. Non vengono nascoste sotto una benda, messa solo per camuffarle. Qui il fetore delle ferite si sente; in Cile no, sono asettiche. Secondo te, quali potranno guarire per prime?"
(Marcela Serrano, Antigua, vita mia)

© 2005 reVision, Emanuela Liverani