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Alla Luce del Sole

1h 31'

Regia: Roberto Faenza



"Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno. Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio. Questa è un'illusione che non possiamo permetterci. E' soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani. Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto..." - don Giuseppe Puglisi

Il 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno, veniva ucciso con un colpo di pistola alla testa don Giuseppe Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, dove il sacerdote era nato. Un omicidio di mafia, l’ennesimo di quella sanguinosa estate del ’93 in cui trovarono la morte i magistrati Falcone e Borsellino, entrambi con la scorta, il primo insieme alla moglie. Parliamo di persone scomode, per troppi. Allora la mafia era in piena reazione contro quei singoli delle istituzioni e dello stato che la contrastavano senza condizioni, e all’indomani si disse basta. Lo dissero i siciliani, lo disse l’Italia intera. Sembrava l’inizio della fine per gli uomini e le donne di Cosa Nostra. Invece. Ora di mafia si parla molto poco e in modo distratto, e chi lo fa sembra un alieno preso da un’insanabile senso di legalità. Si dice che la mafia oggi abbia ripreso il potere pienamente, e diciamolo pure, è un si dice che ha il sapore della verità. La mafia oggi è forte, ha pieni poteri, ha trovato nuovi referenti politici e istituzionali.

Faenza realizza un film su un uomo ucciso dalla mafia dedicandolo ai bambini di Palermo. E’ giusto. I bambini di don Puglisi sono i bambini dei quartieri degradati di Palermo, quella piccola manovalanza criminale a cui le organizzazioni illegali non possono rinunciare per sopravvivere; bambini figli della povertà, della paura, condizioni indispensabili per mantenere il potere sulle persone. Se c’è lavoro c’è benessere, i ragazzini vanno a scuola, riflettono, scelgono, sanno dire di no. Se c’è dignità esiste l’amor proprio, il pensiero indipendente, la libertà. Il crimine non avrebbe terreno fertile per sopravvivere.
Alla Luce del Sole si apre su bambini che procurano gatti ai cani da addestrare per la lotta, bambini che partecipano all’ignobile spettacolo attorno cui girano alte somme di denaro, bambini che gettano da un edificio in costruzione un cane in fin di vita. Questo è l’antefatto, necessario per sapere chi sono quei ragazzini che il sacerdote volle salvare. Poi il sogno premonitore di don Puglisi, un augurio di buon compleanno dal chiaro sapore di sentenza di morte, infine il sacerdote di fronte ai suoi assassini. Tracce di un percorso che sarà raccontato per intero tornando a un paio d’anni prima per giungere all’inevitabile conclusione.
Due elementi saltano agli occhi visionando Alla Luce del Sole: l’omertà quale male sempre in agguato che rigurgita anche quando appare essere stata debellata, la solitudine degli uomini che lottano in prima linea. Alla veglia funebre di don Puglisi ci sono solo il viceparroco Gregorio, suor Carolina e i bambini.

Faenza sceglie di non farci assistere all’esecuzione, allo sparo, alla caduta del corpo di don Puglisi, preferisce togliere allo spettatore la visione di un momento profondamente violento che nulla aggiunge, nulla toglie. Di omicidi reali e fittizi ne vediamo tanti, i più fortunati tra noi solo tramite i media, il pudore della morte non esiste più, l’atto violento (monito, orrore, compiacimento, e quant’altro la psiche umana può offrire) non stupisce, ma infine la vera morte di don Puglisi è quella piazza vuota dove finestre si chiudono, auto e motorini tirano avanti, uomini si allontanano in un silenzio che denuncia paura e quindi omertà, lasciando un corpo in fin di vita come uno straccio caduto lì per caso (simile al cane agonizzante del prologo). Ecco la vera violenza, il reale orrore, è l’obbligo a dimenticare. Gli assassini hanno agito alla luce del sole, un paradosso rispetto al titolo del film che presuppone un’altro evento da illuminare, la rinascita di un quartiere, quei timidi colori con cui sono ornati edifici un tempo fatiscenti.
Alla luce di quel sole che non ammette penombre, accadono cose quotidiane, si aprono dialoghi semplici e realistici, la figura di don Puglisi è quella di un uomo in conflitto con le proprie umane paure, non atti e parole di un eroe e nemmeno l’aurea inarrivabile di un santo. Gli stessi piccoli adepti di una comunità dal folle desiderio di vita, sono quelli che sono senza orpelli, i loro atti di volontà di cambiamento non hanno un sapore stoico e pomposo ma conservano il pudore della non declamazione di intenti – il piccolo che in silenzio chiama il sacerdote per portarlo di fronte ad un’auto a cui ha rubato lo stereo consegnandogli gli attrezzi del mestiere.
Tutto questo è il valore che da forza ad un film che ad una stretta analisi estetica non appare particolarmente interessante, ma davvero questa volta non ha molta importanza. Ed ancora, importa sottolineare la mano felice che ha guidato la recitazione di bambini non professionisti (sembra che Faenza abbia avuto un valido aiuto in Luca Zingaretti, peraltro impegnato in un’ottima interpretazione), ragazzi provenienti da quei quartieri palermitani di cui Brancaccio è tutt’ora un macabro esempio, piccoli che hanno vissuto per un poco una vita diversa.

© 2005 reVision, Emanuela Liverani