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Alla Fine Della Notte1h 33'
Regia: Salvatore Piscicelli Il cinema di Salvatore Piscicelli tende ad un naturale autoripiegamento, nella dimensione biografica, in un paradossale
(perché impossibile) esame obiettivo degli eventi della vita. Si ha pertanto la sensazione di essere immersi in un flusso
di ipotesi "razionali" che cercano di (ri)comporre il caos irrazionale dei vissuti. La figura retorica del road movie
è utilizzata specificamente per identificare i nodi principali di una vita. Dai flashback dell'infanzia, che sono prelevati
per la scrittura di un nuovo film, al passato più o meno recente, i vecchi amici e amori, i nuovi impegni immersi nella
frenetica babele contemporanea. Il sentimento prevalente di nostalgia però non coincide più (magnificamente)
con quello della carne e il desiderio proibito de Il Corpo Dell'Anima. Perché troviamo tanti dettagli non banali
ma banalizzati da un'idea sclerotica che li rappresenta: che senso ha irridere una webzine o contrapporre l'educazione severa
delle suore, con tanto di pittoresche punizioni corporali, alla prostituta sensibile e poetessa (Ida Di Benedetto) oppure
sottolineare il trauma infantile dello stupro della sorellina da parte del padre attraverso immagini cartoline dorate, quando
il momento d'ispirazione principale è la depressione (come forza vitale), in un dolore che rimane muto, inespresso?
Certo i rapporti tra nostalgia e depressione non sono facilmente descrivibili per le innumerevoli sfumature dell'anima.
Dice a proposito lo psichiatra Eugenio Borgna, in L'arcipelago delle emozioni; "La nostalgia è uno stato
d'animo, al quale ciascuno di noi non può non andare incontro negli snodi infiniti dell'esistenza; ma la nostalgia talora
è così intensa e così divorante che può trainare con sé una depressione clinicamente evidente:
una malattia depressiva". Nel film infine si condensa questo segno terribile d'immobilità come la figurazione vivida
di una totale sconfitta. Anche per questo il film si chiude disperatamente di fronte l'immagine del padre stupratore. Bruno non
sa più cosa pensare di quel corpo quieto, che cela qualsiasi tipo di emozione. Poi alla fine prende coraggio, con la
videocamera fa una ripresa "girotondo" intorno al genitore seduto. Forse non rimane che andare a zonzo, o continuare
a viaggiare per la strada dell'esistenza senza fermarsi a pensare.
Se l'incipit del film cerca un ribaltamento della depressione, descritta come evento favorevole per reagire ad una condizione
disperata con la speranza di un futuro benessere, ma sempre in una dimensione di cauta riflessione, l'epilogo suggerisce un
semplice movimento d'euforia o d'incoscienza (anche della mdp), unica possibilità di superare la suddetta immobilità
depressiva.Piscicelli ribadisce la fierezza di una solitudine umana lontana dal conforto di qualsiasi pensiero religioso. Non a caso qui il protagonista abbandona un rituale buddista, afferma così l'equivalenza tra tutte le religioni. E la fierezza corrisponde nondimeno ad un sostanziale egoismo, una disposizione naturale che non può essere considerata molto più sana della violenza di un padre brutale. Tale ostinata ruvidezza è espressa benissimo da Ennio Fantastichini, protagonista che sembra definitivamente mutarsi in automa o marionetta. Anche la composizione visiva tende a una essenzialità molto autentica. Interni ed esterni sono percepibili come cruda realtà. Piscicelli è senz'altro il cantore di una quotidianità senza sogni ed illusioni. Un bene inestimabile in un immaginario cinematografico televisivo che vuole strapparci i piedi da terra, spingendo sulle pulsioni interiori che sono pronte a liberarsi per le nostre più banali debolezze. Il cinema di Piscicelli è invece sempre una sorta di montagna, di macigni solidi ingombranti coi quali fare i conti. Una salutare prigione. © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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