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Alì

2h 36'

Regia: Michael Mann



Il cinema di Michael Mann non pratica la deriva dello sguardo, piuttosto compone e ricompone le immagini "stratificandole" (ineccepibile l'efficacia estetica di molte sequenze), costruisce un percorso abbastanza consapevole che infine corrisponde in profondità (e forse anche pedissequamente) al racconto. C'è un effetto di ridondanza, come nell'ultimo The Insider, quasi la ripetizione ostinata di una tesi. Quella secondo cui il sistema sociale e politico è costruito per i più forti, mentre i più deboli ed indifesi sono costretti ad ubbidire per sopravvivere e i diritti dei gruppi che non hanno poteri sono continuamente calpestati. Basterebbe citare quella semplice, immediata ed efficace immagine che ci ricorda come il razzismo fosse una pratica costante nell'America degli anni sessanta, giacché divideva nei mezzi pubblici gli spazi tra neri e bianchi.
Cassius Clay alias Muhammad Alì rappresenta macchinalmente la metafora della forza che si conquista da sé potere e fama. In una società abituata ad acclamare il più forte, il pugile potrebbe essere considerato un simbolo di liberazione ambiguo, perché fonda la propria mitologia nella prevaricazione sull'altro, anche se si tratta di una sfida sul ring, non il confronto pacifico del dialogo, ma il sangue e i pugni che sono spettacolo.

Mann probabilmente non si rende conto di questa paradossale ambivalenza, tuttavia la componente politica, quasi missionaria di Alì, che si ribella alla giustizia americana prendendosene tutti i rischi, cadendo letteralmente in disgrazia per una questione di principio, è così ingombrante nel film, da toglierci ogni dubbio sul fatto che Alì sia profondamente diverso da tutte le altre biografie di pugili. Siamo lontani dall'epopea gloriosa, ma pur sempre da self made man, degli italiani Rocky Balboa e Jake La Motta, anche se il riscatto delle minoranze negli Stati Uniti costituisce un po' la base di partenza per il genere.

In effetti Alì presenta numerose contraddizioni. Una consiste nel fatto che, al di là della connessione e dei contatti tra Alì e i movimenti antirazziali capeggiati da Martin Luther King e Malcolm X, sembra tuttavia difficile poter considerare Alì alla stessa stregua dei leader neri uccisi. La provocazione di Alì in cosa consiste davvero? Come è rappresentata? Le convinzioni di Alì, anche quelle religiose, mostrano una forma incerta, come il fatto di abbracciare l'Islam, mancando però un concreto coinvolgimento alla dottrina. Dall'altra parte il rifiuto del cattolicesimo, di un Gesù bianco che lascia inferire solo la continua opposizione tra bianco e nero, appare dettato dalla superficialità del personaggio. Anche i suoi rapporti con le donne sono vissuti in modo egoistico e senza responsabilità. Sono i dati biografici desunti dal film, ma lo sguardo di Mann assume, invece che un sentimento di distacco, un impulso di partecipazione e approvazione del protagonista, con l'esaltazione trionfale dell'impresa, la conquista del titolo di campione del mondo nel 1974 in Zaire che chiude in una suite mirabolante di suoni e immagini il film.
Chi è stato veramente Alì? Forse semplicemente un uomo capace di affrontare la vita con irriducibile pervicacia e con reazioni imprevedibili. I comportamenti di Alì sono l'innata risposta a tutti quegli ostacoli che si frapponevano alla sua "missione": quella di essere campione del mondo dei pesi massimi, e di esserlo senza compromessi e mezze parole e sottomissione ad ogni tipo d'autorità. Insomma la figura del campione è quella di un grandissimo anarchico, un uomo molto incompreso ancora oggi, perché il suo ideale perturbatore di libertà era veramente sovversivo ed estremo.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna



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