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Alibi e SospettiLe Grand Alibi - 1h 29'
Regia: Pascal Bonitzer Di tanto in tanto anche i francesi si ricordano di riesumare il talento della gran sacerdotessa del giallo,
Agatha Christie. Avevamo già visto qualche estate fa un’innocua ma piacevole trasposizione di "Sento i pollici che prudono"
che nelle nostre sale è arrivata con il titolo di Due per un Delitto, per la regia di Pascal Thomas e con l’interpretazione
di Catherine Frot e André Dussollier: una commedia con spruzzate di humour tipicamente francese mescolate con le classiche
atmosfere del whodunit di derivazione inglese. E gli italici schermi estivi ospitano ora un’altra Christie d’antan, un film
tratto dal romanzo "Poirot e la salma", pubblicato per la prima volta nel 1946, uscito come numero 152 per la celeberrima
collana de "Il giallo Mondadori" e ripubblicato in versione economica negli "Oscar Mondadori" (numero 1465). La coproduzione
italo–francese si avvale della regia di Pascal Bonitzer e di un nutrito cast di attori di gran livello, esibendo un titolo,
Alibi e Sospetti, che traduce l’originale Le Grand Alibi.A chi non la conoscesse, ricordiamo la maestria artigianale della Christie i cui intrecci letterari risultano ancora oggi avvincenti: nulla è lasciato al caso in questi intrighi dove è la logica e non il destino a manipolare i fatti e dove l’indagine viene condotta e poi sciolta attraverso il lento ma determinato affiorare, attraverso un insieme di particolari apparentemente insignificanti, di fatti delittuosi che sono spesso il sintomo compulsivo d’inquietudini umanissime. In "Poirot e la salma" la scrittrice affina ancora di più la sua raffinatezza di analista descrivendo minuziosamente (da appassionata delle arti) il personaggio della protagonista scultrice, curando con dovizia di particolari il tratteggio delle psicologie di tutti i personaggi, anche dei minori, consentendo così una magistrale entrata in scena dell’aristocratico, sagace detective Poirot (di questo testo è nota un’efficace versione teatrale curata dalla stessa Christie). L’indagine si svolge tra le pieghe e le piaghe della borghesia di provincia, lo scenario è infatti quello di una "tranquilla" villa di campagna, rispettando le classiche unità di tempo e di luogo nell’arco di un week-end. Uno scenario caro a Chabrol e prima ancora a Georges Simenon che ha colto magistralmente, con la sua scrittura tagliente, lo spirito stesso della provincia in nero, luogo di discese agli inferi che scoprono il lato perverso della cosiddetta vita comune. Una trasposizione cinematografica, questa di "Poirot e la salma", che risulta efficace grazie all’apporto del sessantenne Pascal Bonitzer (ex critico dei "Cahiers du Cinéma", sceneggiatore per Jacques Rivette e André Téchiné e regista di alcune pellicole come Piccoli Tradimenti) capace di compiere una scelta drastica rispetto al romanzo, eliminando la figura di Poirot ed affidando le indagini del doppio delitto al solo ispettore Grange (figura letteraria già esistente tra le pagine della Christie) interpretato dall’ottimo Maurice Bénichou. Sceneggiando il film in coppia con Jérôme Beaujour, Bonitzer regista ci catapulta direttamente nella villa di campagna, situata
fuori Parigi, del senatore Henri Pages (Pierre Arditi), un uomo che possiede una nutrita collezione di armi e della di lui
moglie Éliane (l’indimenticata Miou-Miou de La Lettrice di Deville). L’inquadratura di una pistola è il primo dettaglio
che salta all’occhio come elemento persistente che ne presagisce l’utilizzo delittuoso. L’ormai collaudata coppia protagonista
invita un gruppo di amici ad un tranquillo week-end: tra questi c’è un noto psichiatra, Pierre Collier (Lambert Wilson), inguaribile
seduttore ipocritamente tormentato il cui carnet comprende anche Éliane, la moglie del senatore fintamente un po’ lunatica che
in passato ha avuto una relazione clandestina con lui. L’uomo insiste però a proseguire una liaison con la scultrice Esther
(Valeria Bruni Tedeschi), ancora innamorata di lui nonostante la consapevolezza che divide con Claire (Anne Consigny), moglie
di Pierre e capace di nascondere abilmente il suo tormento di donna tradita. C’è poi Philippe (Mathieu Demy), un giovane scrittore
perdutamente innamorato di Esther e a sua volta geloso del perverso fascino che suscita lo psichiatra casanova sulle donne.
Si ritrovano tutti riuniti nella villa insieme a Marthe (Céline Sallette), commessa di un negozio di scarpe, e a Chloé (Agathe
Bonitzer), studentessa dal linguaggio tagliente, nipotina di Henri e Éliane. La stessa sera, a cena, irrompe Léa Mantovani, una
seducente attrice italiana di passaggio in Francia, accompagnata da Michel (Dany Brilliant), il suo autista factotum dall’aplomb
misterioso (a incarnare il personaggio è la splendida attrice di origine sarda Caterina Murino dotata di un’allure seduttivo
davvero prorompente). Naturalmente anche la bella Léa è stata una delle amanti di Pierre e la velenosa atmosfera del convivio
finisce per risvegliare l’antico e mai sopito ardore: galeotto è il topico luogo della piscina, dove l’avvenente fisicità della
donna attizza le voglie dell’impenitente Pierre che, il giorno dopo però, dopo una doccia, viene fulminato da un colpo di pistola.
A stringerlo per l’ultima volta tra le braccia c’è Esther, che fa scivolare nell’acqua la pistola impugnata dalla sofferente
Claire. Avviando le indagini, il tenente Grange fa arrestare e poi rilasciare la moglie della vittima: i rilievi balistici
identificano nel bossolo di una nove millimetri automatica la causa del delitto mentre in piscina è stata rinvenuta una Smith
& Wesson 38 Special. A parte le due pistole, l’intrigo si complica quando Philippe incontra privatamente l’intrigante Léa e,
dopo una serata passata a dialogare tra un drink e un altro, il giorno dopo si sveglia nella camera da letto della donna che
non ricorda più nulla. Philippe è stordito mentre Léa asserisce che i due hanno fatto l’amore durante quelle ore. Di lì a poco
anche lei finirà uccisa. Per chi non abbia letto il romanzo aggiungiamo solamente che non pochi sono i colpi di scena che
conducono al finale.La trasposizione firmata da Bonitzer conserva la vividezza e il ritmo delle pagine originali, delineando efficacemente i tratti psicologici dei personaggi, dando rilievo ai dialoghi al vetriolo, caratteristica dello stile della Christie. Da regista, Bonitzer usa con intelligenza gli stilemi del genere, puntando a conferire vigore alle atmosfere. Alibi e Sospetti non aggiunge nulla di nuovo al già visto, ma si misura con dignità ad un artigianato d’alta scuola, avvalendosi del contributo di attori ben diretti. E’ curioso come ad Anne Consigny spetti un ruolo di donna palpitante e in bilico (anche se più solida) simile a quello offertole da Alain Resnais per il suo ultimo film passato a Cannes in concorso, Les Herbes Folles. In una piccola parte ritroviamo Emmanuelle Riva, paziente in cura da Pierre, ignara della sua morte. Non è facile imbattersi, di questi tempi, in un giallo classico come il faut, e quando questo accade non si può che parlare di piacevole sorpresa: Alibi e Sospetti si fa sorseggiare devotamente, come una tonificante bevanda che non mira ad ubriacarci ma solo a dissertarci. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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