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Alexandra's Project

1h 40'

Regia: Rolf de Heer



Cineasta della crudeltà, Rolf De Heer esibisce una volgare pornografia dell’evento (narrato, rappresentato). Tanto che si può scambiare l’onestà di ripresa in calcolo furbo, in impresa quasi da malignare. In tempi di "velinismo" la differenza tra oscenità e pudore è solo politica. Alexandra’s Project rivendica posizioni politiche, anzi le circoscrive in un progetto solido, macchinato ancora più trivialmente, da includere tutti gli eccessi possibili. Il piano "totale" di una donna, anzi della femmina contro il maschio. Quando trasmissioni televisive del mattino ("Cominciamo bene") riflettono ancora sull’interrogativo banale, se esista o meno la femminilità, in concreto occorrerebbe ricondurre, traslare, la domanda sullo spazio psicologico dei poteri. I ruoli maschili e femminili s’incontrano e si scontrano senza tante aperture, piuttosto attraverso le ricorrenti chiusure già narrate da abilissimi registi come Neil LaBute (Nella Società Degli Uomini, Amici e Vicini). De Heer si trova benissimo in questa dimensione scurrile, avendo già svelato con l’handicap e non solo (vedi Bad Boy Bubby, ma anche The Tracker) le prigionie continue praticate dalla società (degli uomini in particolare). Se la riflessione era una squisita analisi degli squilibri tra poteri grandi e piccoli, ovvio che si trattasse di genitori e figli o di razze diverse, le disparità elaborano sempre un chiarissimo discorso sulle parti, laddove si creano soprusi, sevizie, violenze che si protraggono nel tempo. Alexandra non è soltanto la vittima, ma l’interprete incredibile di una rivalsa, di una vendetta che è pornograficamente esibita.

L’idea "geniale" del film è proprio quest’ipotesi di registrazione contenuta nel nastro della videocassetta; già trascorsa, eseguita ed infine inverosimilmente messa in scena in diretta. Con tutto il coraggio del caso, con tutta l’ambiguità di seguire con il telecomando: arrestare il film, tornare indietro per preparare gli occhi ad una visione turbinosa e troppo impressionate, insostenibile. Vicinissimo all’espediente di Michael Haneke in Funny Games. L’arrotolamento del nastro è virtuale. Non c’è un elaborato scherzetto di compleanno. Quello che accade è psicologicamente vero ed attivo, senza filtri. L’aguzzino Steve è detronizzato, la presa di potere da parte di Alexandra è la rivoluzione, come unico strumento di ribaltamento, di ribellione, di sottrazione dal ruolo di vittima, per rivestire quello di boia. Per niente dissimile alla rivoluzione francese che diventa Terrore (come in La Nobildonna e Il Duca di Rohmer).
De Heer è consapevole dell’estrema sintesi, del livello di povertà "apparente" della messa in scena. Proprio perché la visione non si offre al consumo edulcorato, ma alla percezione sofferta e disturbata, inquietante, horror. De Heer chiude tutti i punti di fuga reali e immaginari come in una Panic Room. Il senso di repulsione è nelle vite comuni, nei gesti quotidiani, nelle grottesche ripetizioni di atti, architetture spaventose che rivelano solo i giochi (di potere) tra individualità egoiste. La turpe perpetuazione del rapporto tra carnefice e vittima, che s’incarna in tutte le dimensioni dell’umana esistenza, senza risparmiare alcuno. Come credere ad un paesaggio remoto dell’utopia, all’esilissimo spazio della speranza, di fronte ad un ritratto così autenticamente duro dei nostri cuori?

© 2003 reVision, Andrea Caramanna