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Alexander

2h 55'

Regia: Oliver Stone



Molti colossal nella storia del cinema sono confusi, poco appassionanti, spesso soltanto suggestivi a livello visivo e quasi sempre guardati per le mirabilie di scenografie e costumi. I rapporti con la Storia sono spesso complessi, perché alcuni personaggi sono rielaborati come simboli di periodi che si ripetono ciclicamente ed hanno bisogno di figure di riferimento: sul desiderio di nuovi capi forti, e sul ritorno degli eroi si possono senz'altro citare le cronache quotidiane (con l'ennesimo eroe della Patria, e l'ennesimo funerale; tutto questo c'è anche in Alexander). E pure la sfida di questi colossi cinematografici è stata vinta dagli autori che avevano rinunciato, nel rapporto difficile con la Storia, ad ogni magniloquenza, con la mdp posta ad altezza d'uomo laddove il genere umano appartiene solo alla sua miseria esistenziale (Rossellini fa scuola per tutti, ma non ha fatto colossal, appunto). Mentre in Alexander le inquadrature dall'alto sono numerosissime, e più di tutte colpisce quella zenitale della battaglia nel deserto accompagnata da un altro vessillo simbolico (di potere, comando, gloria, eccetera: l'aquila). Però Alessandro, dopo aver conquistato tutte le terre d'oriente, si rende conto che più importante è la vita familiare, quella vissuta nel paese natale. Che la gloria militare è fittizia o presto svanisce, almeno di fronte ai contemporanei (la speranza è rimessa nei posteri, continuo e pedante riferimento nel film, dove sembra che il "popolo" debba assecondare il genio del comando perché il solo capace di vedere lontano nel tempo e nello spazio...). Alessandro si rende conto che solo le promesse d'oro e di ricchezze spingono gli eserciti a compiere le carneficine nelle battaglie. Che la stanchezza alla fine sopraggiunge inesorabile. Che gli sguardi dei soldati, svuotati del sogno (quale poi?), sono diventati imploranti, aggressivi ed il complotto diventa un'immagine ossessiva. E così la luce della fotografia di Rodrigo Prieto cambia completamente i timbri cromatici. Dalla luce accecante del deserto si passa all'oscurità ombrosa dell'India, fino al parossismo visivo clippettaro delle fasi più cruente dello scontro, laddove l'impatto tra elefanti e cavalli già si prospetta a sfavore dei secondi. Non ci sono, insomma, nobili guerre. Sono tutte già (sempre) perdute, perché in fondo perpetuano il meccanismo dell'odio naturale, dell'essere umano corrotto da infinite bramosie, da turbe infuocate, o anche più semplici debolezze.

Se proviamo a vedere Alessandro come uomo perturbato, debole e nudo, allora potremo immaginare una storia più interessante. Non quella d'eroi all'ombra degli dei, ma di uomini comuni che faticano a dare un valore alla propria esistenza. Il cinema di Oliver Stone ha rappresentato sempre il furore della debolezza attraverso l'aura ingannevole di straordinaria potenza. Come Nixon, perduto tra fobie e turbe psichiche, così Alessandro è continuamente traviato da ossessioni, complessi di colpa, sindrome edipica, eccessi, deliri. I personaggi di Stone sono lacerati da furiose fissazioni, pervicaci atteggiamenti mentali che spesso sono il sintomo della "grandezza" di un uomo, della sua visione eccezionale, anche se in alcuni casi malata e deviante. Così ad Alessandro sembra che si debba perdonare l'inclinazione sessuale, assolutamente normale nelle pratiche erotiche della Grecia del tempo, laddove il "giacere" con gli uomini sia ammissibile solo se c'è scambio di intelligenza e non solo voluttà, secondo l'insegnamento riveduto e corretto. Così l'unica scena amorosa esplicita è quella con la "barbara" sposata Roxane, mentre l'affetto di Efestione, sempre a lato di Alessandro, mai si traduce in fusione dei corpi (esclusi i convenzionali abbracci). Se la morale (sessuale e non) è sempre corrotta da pregiudizi, il cinema di Stone rientra comunque nel sogno americano individuale: la lotta dell'eroe "solitario" contro il sistema è durissima, laddove la violenza è un mezzo giustificato di lotta per far progredire la collettività. Non c'è quindi differenza tra le incitazioni di Alessandro al suo esercito e quelle di Al Pacino alla sua squadra in Ogni Maledetta Domenica. Il cinema di Oliver Stone è sempre in grado di rappresentare la dimensione dell'eccesso, risultante di scelte apparentemente sbagliate, come quella di far interpretare la madre di Alessandro ad Angelina Jolie, corpo giovanissimo e non opportuno secondo le logiche narrative convenzionali a figurare il personaggio di genitore. Ed invece le pulsioni erotiche tra Alessandro e Olimpiade diventano ancora più roventi proprio grazie all'attrito squilibrato di questa ambiguità sostanziale dei corpi. Eccesso che è figurato in maniera tradizionale nel personaggio di Filippo (Val Kilmer), appassionato e viscerale. Il cinema di Stone non dà mai la preferenza alle mezze misure. È sempre sopra le righe perché crede nei personaggi maledetti, personaggi predestinati a segnare la Storia con la loro irrazionalità, follia, non importa se essa corrisponda al Bene. In fondo il cinema di Stone, ossessionato dalle biografie, è riassunto in quella frase contenuta anche in Alexander: la vita di ogni uomo dopo l'ascesa è destinata alla caduta...

© 2005 reVision, Andrea Caramanna