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AlexandraAleksandra - 1h 30'
Regia: Aleksandr Sokurov A differenza di quelli bergmaniani, concreti e quotidiani, i fantasmi presenti nei film di
Aleksandr Sokurov appaiono in tutta la loro materica evanescenza, come escrescenze poetiche fatte della stessa stoffa, appunto
fantasmatica, di cui è fatto il cinema. Escrescenze della Storia che, per il prodigioso maestro russo, è soprattutto un infinito
labirinto abitato da anime inquiete ed inquietanti, immerse ognuna in una contemporaneità impalpabile ed atemporale, in una
nebbia di sensi e sentimenti che sembra avvolgere indistintamente carnefici e vittime, potenti e sudditi, malvagi ed eroi, sommersi
e salvati.Dalla grana di un pittorico che non è mai pittoricismo, affiorano così figure gigantesche, di leader ma anche di gente comune, ad esporre le ferite del dolore universale per proiettarle nel nostro presente: una trasparenza che iscrive i corpi all’interno di paesaggi onirici dove il reperto documentario si confonde con la flagrante esposizione del set ricostruito in un gioco di finzioni che è raffinatissimo esercizio di stile. Abbiamo imparato ad ammirare ed amare le elegie di questo grande autore, frammenti di un discorso amoroso intorno al Novecento, come quella "della vita" dedicata all’immortale Mstislav Rostropovich ritrovato nella propria quotidiana dimensione vissuta accanto alla moglie, il celebre soprano Galina Vishnevskaya: una straordinaria riflessione sulla genesi dell’ispirazione artistica colta fenomenologicamente come sintomo di una quieta ma implacabile alterità in grado di esprimere un particolare afflato col mondo. Nel suo tagliente affondo sul corpo della Storia, Sokurov ha individuato l’ineffabile misura grottesca del vissuto dei potenti coniugandola alla vertigine provocata dal flagello delle guerre novecentesche generatrici di massacri perpetrati in nome dell’ideologia (Hitler ed Eva Braun in Moloch, Lenin in Taurus, Hirohito in Il Sole: figure spettrali incastonate nel divenire sospeso delle loro giornate "normali"). Ed ancora ha ripreso dal vivo, sempre sperimentando l’incrocio screziato tra cinema e video, il manifestarsi dei traumi quotidiani nelle tante trincee impervie e nascoste dei moderni conflitti: come in quest’ultimo suo capolavoro, Alexandra, presentato in concorso l’anno scorso a Cannes e finalmente giunto nelle nostre sale. Immersa nelle tonalità del giallo che è il colore della polvere, c’è la desolazione di Grozny, la capitale cecena i cui abitanti
hanno subito il martirio del bombardamento dell’esercito russo che sventra abitazioni e corpi umani. L’ottantenne Alexandra
del titolo, memoria reificata della Madre Coraggio che fu di Brecht, attraversa lentamente un campo militare situato ai confini
della zona di guerra. In lei riconosciamo le fattezze dell’"elegiaca" Vishnevskaya, moglie di Rostropovich che così diviene una
delle icone sokuroviane, emblema di sofferenza ed umana resistenza ataviche, incarnazione di stanchezza e di affettività limpidamente
sublimate. La donna ha ottenuto il permesso d’incontrare il nipote Denis (Vasily Shevtsov), capitano dell’esercito di occupazione
russo nella martoriata Cecenia, che non vede da sette anni. Il suo tragitto l’ha compiuto prima in treno, poi in camion ed infine
camminando verso la tenda dell’adorato parente. Un calvario la cui fatica è ricompensata quando, alla luce del giorno, la donna
scopre Denis giacerle accanto: l’incontro tra i due è impetuosamente commovente quando il robusto giovane, risvegliatosi, ritrova
la nonna e l'abbraccia a lungo.Sokurov intaglia con magistrale allusività questo ed altri momenti d’intensa e solenne intimità, a richiamare la sacralità dei legami familiari che furono paradigmi d’infinite composizioni pittoriche: così vediamo, nella seconda parte del film, il nipote pettinare i lunghi capelli bianchi della vegliarda, entrambi immersi nel chiaroscurato afflato che precede la separazione obbligata. Prima del suo ritorno a casa, Alexandra incontra la coetanea Malika, disillusa maestra di scuola ridotta a sopravvivere vendendo sigarette al mercato di una città vicina (ad incarnarla c’è Raisa Gichaeva, magnifica attrice cecena): tra le due s’instaura un intenso rapporto di solidarietà e d’intesa, il loro diviene uno sguardo unico, partecipe quanto amaro, che riconosce l’orrore e la miseria, la paura e gli stenti dei giovani soldati, ridotti a bambini spauriti nella vertigine del disastro bellico. E’ facile accostare questa discesa agli inferi che ha il timbro ispirato del Sokurov narratore all’esperimento di Spiritual
Voices, fluviale documentario sulla quotidianità delle truppe russe durante la guerra in Afghanistan alla metà degli anni
’90. C’è lo stesso struggimento poetico che gioca con la sostanza temporale dei sentimenti, con il loro permanere e svaporare
dell’attesa di una possibile liberazione, sia essa il congedo o la morte sul fronte, dal giogo imposto dai poteri forti. Ed è
stupefacente come Sokurov riesca a coniugare la cifra di un’epica del quotidiano al riflesso delle identità dei suoi "vinti".
E’ in quest’ascolto dell’intima essenza della misura umana che il cinema si trasforma in macchina rivelatrice del corpo stesso
dello spirito. Accade così in Dolce, straziante confessione di Miho Shimao, vedova dello scrittore giapponese Toshio
Shimao (scomparso nel 1986), che vive con una figlia handicappata su un isola sperduta: la sua addolorata evocazione della
tragedia di Hiroshima si aggancia, da un lato, allo scenario allusivo che è all’esterno del set sospeso dove naviga l’Hirohito
de Il Sole, e dall’altro lato agli impalpabili sommovimenti emotivi di Alexandra stagliati in un paesaggio ceceno di
macerie dove la parola futuro sembra essere stata bandita per sempre.Sono queste le ombre di Sokurov: ombre poetiche che indicano il sentiero interrotto della Storia, abitato da fantasmi, più o meno illustri, che somigliano implacabilmente ad ognuno di noi. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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