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El Alamein - La Linea Del Fuoco

1h 40'

Regia: Enzo Monteleone



"La guerra è bella solo sui libri di scuola, nella vita fa solo pietà, è orrenda e puzza". Questa frase del fante Serra, alla fine del viaggio, dalla retorica della guerra alla consapevolezza dell'inutilità di tutti i conflitti, riassume bene il film di Monteleone, che rappresenta la parte immaginaria, la ricostruzione per immagini cinematografiche, di quella cronaca dei sopravvissuti nel film tv I Ragazzi di El Alamein (già trasmesso dalla Rai al solito orario notturno). Nel film cerchiamo l'immagine che possa darci il senso della follia bellica, così come in altre opere recenti, e il film di Enzo Monteleone sa benissimo focalizzare l'attenzione sulle esperienze di guerra più crudeli e devastanti per l'individuo. Che non sono solo i combattimenti con i feriti e i morti, ma innanzitutto la struggente quotidianità, l'attesa infinita (c'è tanto il Buzzati di "Il deserto dei tartari") di una prospettiva che alleggerisca le sofferenze terribili, la fame, la sete, le malattie (il fante Serra è avvertito di non presentarsi all'infermeria per la dissenteria perché tanto ce l'hanno tutti), i bombardamenti durante i quali ciascuno fa i conti con i propri miracoli, dopo tre miracoli, c'è da aspettarsi di tutto, ma è solo un esorcismo per calmare l'ansia, per sentirsi minimamente protetti da Dio o da qualcos'altro. La religione conforta, qualcuno si fa il segno della croce (il sergente quando deruba i morti inglesi), si confida in un simbolo trascendente (forse solo la virtù del coraggio), ma l'umanità spicciola infine prevale, la paura, le angosce, il dolore per la lontananza da casa, il senso della propria vita che si scontra con l'assurdità e l'ingiustizia per chi la guerra la fa in prima linea dentro le trincee. È d'altra parte suggestivo e al contempo triste pensare che un ragazzo meno che ventenne possa essere affascinato dal senso di solidarietà guerresca ed essere spinto a lasciare l'università per "servire la Patria"; anche quest'ultimo valore sembra definitivamente tramontato di fronte al concreto inganno perpetrato dal regime fascista (ma naturalmente da qualsiasi governo che usi la guerra) di Mussolini che continua la propaganda a suon di sfilate a cavallo e stivali lucidi. Ma nel 1942 ancora qualcuno poteva crederci, oltre a Serra anche il generale interpretato da Silvio Orlando che risponderà con l'unico gesto dignitoso possibile, il suicidio, alle personali responsabilità di migliaia di vittime innocenti, mentre qualche altro ufficiale continuerà ad indossare la maschera di falsità di fronte alla cocente evidenza di una disfatta tutta umana piuttosto che la sconfitta di un esercito.

Il rigore documentaristico della parte iniziale è perfettamente integrato con il calore dei personaggi, che rappresentano un ventaglio di tipi diversi, di sensibilità differenti, che sembrano poi vibrare all'unisono per l'unica urgenza, di sopravvivere. Immagini del deserto africano che a poco a poco diventa sempre più bianco, vuoto e sconosciuto, i nomi stranieri impronunziabili suonano tutti uguali, le coordinate sulle mappe si confondono facilmente, la solitudine, l'abbandono, la deriva figurano un sentimento infernale di condanna, alla quale i personaggi reagiscono con dignitosa sottomissione. Non c'è né rivolta, né diserzione, e la corsa di quattro commilitoni verso il mare somiglia solo allo spiraglio di luce nella totale oscurità, l'immersione nudi nelle acque alla beatitudine di un momento felice sottratto all'orrore.
La seconda parte esprime vivamente la disperazione del combattimento, il caos barbaro dove esseri viventi si scontrano, laddove uccidere è solo una questione di sopravvivenza. Lo mostra benissimo il breve episodio del cecchino occultato da un mezzo militare che spara a un ferito e poi anche ai soldati che portano sul braccio la croce rossa. In quei momenti non si pensa più tanto, si deve organizzare solo l'eliminazione del nemico, quest'ultimo è solo una minaccia alla quale reagire con la massima destrezza. Collocare il mortaio e puntarlo verso il nemico è solo una questione di abilità. Tutta la guerra è lì nei perimetri, nelle misure, nelle linee di difesa, nei piani di attacco, nei centimetri che si guadagnano, come splendidamente ci avevano mostrato le immagini di Terrence Malick ne La Sottile Linea Rossa.
El Alamein riesce a parlarci di molti stereotipi della guerra, ad essere una eccellente sintesi dei più importanti film di guerra della storia del cinema, come se Monteleone tralasciando l'amata commedia si concentrasse sulla tragedia umana dei suoi protagonisti, una storia che prosegue da La Grande Illusione a Orizzonti di Gloria ad Apocalypse Now al già citato La Sottile Linea Rossa e perché no Tigerland, tutti film sulla follia, sull'imbarazzo che alla fine la guerra comunica, perché le conseguenze, sempre identiche, finiscono solo per lasciarci attoniti, come di fronte al mausoleo dei caduti, e provare un brivido di vergogna e sgomento, quando passano i nomi dei morti e i moltissimi "ignoto", ma senza lacrime a comando né spielberghiane bandiere.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna



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