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La Leggenda Di Al, John e Jack1h 45'
Regia: Aldo, Giovanni e Giacomo e Massimo Venier Un primo tempo tutto in flashback (la vita di Al, fino all'incidente che gli ha tolto la memoria). Un secondo tempo tutto in flash forward
(la preparazione dell'agguato al boss mafioso che li vuole morti). Poi la realtà negherà ogni immagine preventiva del piano, e il finale rivelerà che anche i flashback
del primo tempo erano menzogne. Non è una sceneggiatura di Robbe-Grillet, ma l'ultimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Una splendida New York anni '50 (che però, per economia, si "nasconde" molto in interni), la fotografia seppiata di Arnaldo Catinari, musiche perfette, comprimari di talento... Nel paese degli attori-registi allo sbaraglio, Aldo, Giovanni e Giacomo hanno l'umile intelligenza di affidarsi al "mestiere", e soprattutto all'impeccabile Massimo Venier, forse unico degno erede dei grandi artigiani della commedia (Monicelli, Steno, Mattoli: mai abbastanza rimpianti). Uno che in fatto di talento visivo non ha nulla da invidiare ad autori laureati come Giordana o Ozpetek (e pensiamo anche a come sarebbero diversi gli ultimi deplorevoli Fantozzi - assai più ricchi di spunti di quanto non si creda - con Venier al posto dell'inesistente Neri Parenti). Confezione di lusso, dunque. Dove, paradossalmente, l'unico neo è proprio la comicità. Non è un caso se Al, John e Jack nascono in un cortometraggio, contenuto in Tre Uomini e Una Gamba, e riappaiono poi in un altro breve episodio di Così È La Vita. Quello di A.G.G. è un umorismo "breve": trovate che bruciano nello spazio di due minuti, dove i tre attori dimenticano i loro personaggi e il film che li avvolge, per tornare alle collaudate macchiette del Ciarliero (Aldo), del Burbero (Giovanni) e dell'Imbranato (Giacomo). Ognuno dei quattro film di A.G.G. obbedisce a questo schema: più "corti comici" vengono compressi in cento minuti di lungometraggio, riducendo al minimo le "pause" (sequenze illustrative e di progressione narrativa), più il film può dirsi riuscito. Purtroppo, ne La Leggenda di Al, John e Jack l'ingranaggio
ha i suoi intoppi. L'intreccio "forte" nel quale i tre hanno avuto il coraggio di calarsi pretende la sua curva drammatica e il suo universo di scenografie, costumi, musiche:
pesante griglia nella quale ogni deriva comica trova ben poco respiro. Il fatto è che A.G.G. sarebbero molto più arguti e pungenti di come i loro film di Natale li dipingono. Perché il loro habitat è ancora la televisione. Al ritrova la memoria guardando il telegiornale: è la tv a dire la verità, a fargli riconoscere se stesso, e non certo questo cinema zeppo di flashback falsi. I veri A.G.G. sono negli sketch della "Tv svizzera", straordinaria satira metalinguistica delle pseudo-ricostruzioni stile "Ultimo minuto" e "Chi l'ha visto?". Un'operazione che, trasferita al cinema, li porterebbe al livello dei Monty Python o dei primi fratelli Zucker. Ciò non toglie che, nello status quo della comicità italiana, A.G.G. vadano difesi per principio. Perché, tra incursioni suicide di divi catodici (solo i più recenti: Teocoli, Chiambretti, Littizzetto, Sabina Guzzanti), la faciloneria di Salemme, la beceraggine di Vanzina, il dissipato talento di Benigni, i film di Aldo, Giovanni e Giacomo sono quelli che più somigliano al vero cinema. © 2002 reVision, Dante Albanesi |
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