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Aida Degli Alberi1h 37'
Regia: Guido Manuli Il mondo incantato del disegno animato è stato spesso lo spazio in cui le possibilità espressive si mobilitano verso un risultato
originale e creativo. Le creature inventate e le ambientazioni più o meno fantasiose contribuiscono a tessere le file di un discorso a sé stante. D'altra parte l'universo
simbolico non di rado tende ad una essenziale semplicità, con la giustificazione forse che lo "spettacolo" è scritto soprattutto per un pubblico molto giovane.
Le caratteristiche fondamentali di Aida Degli Alberi non contraddicono le suddette osservazioni. Ci troviamo di fronte non solo a personaggi divisi nei consueti schieramenti
di Bene e Male, ma anche a due luoghi che in modo onomatopeico, "Arborea" e "Petra", si riferiscono chiaramente a due stati dell'essere della società umana, ed in particolare
al rapporto dell'uomo con la Natura. Un rapporto tra tecnologia e natura selvaggia. Petra ha superato il rapporto simbiotico con le risorse naturali, ha costruito edifici,
abitazioni che hanno definitivamente dimenticato l'aura della natura. Gli arborei invece vivono a stretto contatto con piante ed animali (in effetti sono anch'essi una sorta
di scimmia antropomorfa) senza abusare dell'ecosistema.
In questa elementare rappresentazione sta la vera essenza del film poiché la scenografia tende a creare due mondi diversi confidando sugli effetti opposti di luci e colori. Arborea è il regno del sole e del verde, Petra quello delle tenebre, del grigiore, delle oscure ombre e degli abissi infernali che si aprono alla fine del film. L'emozione del cartone, in un limite che pesa non poco al film, si basa su queste sfumature dell'animo: il conflitto e la pace, l'amore e l'odio, sentimenti che si contrappongono violentemente, lottano senza tregua, tentano infine di prevalere l'uno sull'altro, ma alla fine - così ci assicurano le visioni tanto schematiche - il Bene (o il Male) prevarrà. Il racconto, vagamente trasposto dall'Aida verdiana, sembra abbastanza tenue a livello di coinvolgimento. E più che altro ci sembra una vera e propria debolezza di scrittura, laddove la sceneggiatura ha inserito numerose siparietti a mo' di gag con i soliti animaletti buontemponi e buffi (uno per tutti il coccodrillo Raz, o il figlio del perfido Ramfis, nella parte di un tonto, appassionato di panini in stile Poldo), e tale prospettiva è simile purtroppo al peggior Disney, per di più ripetuta fino all'estenuazione. La scenetta del pianto miracoloso, a doppio senso, con le lacrime di coccodrillo attraverso le quali i personaggi riescono a vedere ciò che ha visto Raz ci è proposta innumerevoli volte. Perfino la colonna sonora di Ennio Morricone si presta, variando improvvisamente l'umore delle battute musicali, al giochetto "divertente" (tentativo forse di stemperare ogni possibile drammaturgia e di non dimenticare il sorriso). Ma tali parentesi non costituiscono un reale arricchimento dell'opera, piuttosto ne impoveriscono la corposità e sfaldano completamente la forza del racconto che appare costruito con eccessive macchinosità e lentezze. © 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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