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Agora

2h 01'

Regia: Alejandro Amenábar



Stando distante da qualsiasi clamore hollywoodiano, il cileno Alejandro Amenábar (classe 1972), con alle spalle una riconoscibilità internazionale e l’Oscar per il suo commovente Mare Dentro, ha provato ad avventurarsi in un’impresa produttiva di grande respiro. Forte di un budget di 50 milioni di euro, mediamente alto per una produzione europea, il nostro ci catapulta nella dimensione storicamente remota di Alessandria d’Egitto del 391 dopo Cristo al fine di ricostruire la lancinante vicenda della filosofa, scienziata ed astronoma Ipazia. Il risultato è Agora, presentato fuori concorso allo scorso festival di Cannes dove ha suscitato reazioni contrastanti dovute più al contenuto che alla forma. Probabilmente nessuno si aspettava da Amenábar una pellicola in costume e di tale scelta "difficile" si è fatto carico lo stesso autore che nel pressbook afferma di non avere "mai immaginato che il mio film successivo avrebbe parlato di pagani e cristiani nell’antico Egitto". Più avanti, però, chiarisce che "è proprio questa la bellezza della mia professione: puoi liberare la tua fantasia ed esplorare dei mondi affascinanti come l'Alessandria del quarto secolo dopo Cristo, immaginare le sue strade, i templi e il popolo. E trovare la passione - e i soldi - per riportare in vita tutto questo". E’ chiaro che Amenábar abbia lavorato soprattutto di fantasia, visto che degli studi celesti di Ipazia non è rimasto praticamente nulla. Fondamentale per il film, distribuito da Mikado, è stato l’apporto del premio Oscar Gabriella Pescucci per i raffinati ed evocativi costumi, della suggestiva scelta di Malta come scenografia naturale per la sintetica ricostruzione storica, del compositore Dario Marianelli avventuratosi in una partitura dal marcato respiro epico. Se Agora ha un peso specifico in grado d’indicare le colossali imprese della Hollywood dei tempi d’oro lo si deve anche a questi apporti prestigiosi. Siamo però distanti dall’andazzo imperante dei blockbuster odierni che utilizzano la storia come pretesto di visual game infarciti di effetti speciali fastidiosi e posticci come, ad esempio, il recente e pessimo Scontro tra Titani o il confuso e ridondante Alexander di Oliver Stone. Amenábar utilizza con parsimonia gli effetti speciali e punta sugli elementi narrativi sorretti da ben girate scene di massa e da accurate scelte figurative.

Il complesso lavoro di postproduzione prevedeva l’apporto digitale utile a visualizzare particolari prospettive di sguardo (Ipazia che guarda il cielo stellato) a partire da inquadrature naturali o per le complesse panoramiche della città di Alessandria, ripresa di giorno e di notte con delle zoomate dall’alto che contribuiscono a dare forza espressiva ad un film simbolicamente assai intrigante. In verità, il passato rievocato in Agora contiene degli elementi che si possono considerare d’attualità. Prendiamo ad esempio il personaggio di Oreste, figlio di Oreste (interpretato da Oscar Isaac), che vediamo, nella prima parte, dichiarare pubblicamente il proprio amore per Ipazia per poi assumere la carica di prefetto, come pagano che passa dalla parte dei cristiani. Oggi un personaggio come questo possiamo definirlo come un arrampicatore dell’upper class fattosi avanti con le astuzie tipiche dell’uomo di potere. Niente di nuovo sotto il sole, nonostante l’evoluzione culturale, civile ed etica del mondo. Non è forse ancora in fieri il conflitto tra scienza e religione, tra sapere e superstizione, tra progresso e metafisica? E non è ancora necessaria l’evocazione della memoria come scudo ammonitorio contro la sempiterna, devastante tentazione della guerra, autentico flagello della Storia dell’umanità? Certamente, gli studi matematici sulle curve coniche di Ipazia non sono sopravvissuti al tempo, però la sua figura di donna pagana che inneggiava alla libertà è ancora di bruciante attualità.
Sceneggiato dal regista in coppia con Mateo Gil, Agora è ambientato verso la fine del IV secolo dopo Cristo, all’epoca del progressivo sfaldamento dell’Impero Romano. Ad Alessandria si ergeva un’imponente e leggendaria Biblioteca (la seconda, non la prima bruciata da Giulio Cesare), crogiolo di cultura e luogo dell’incontro dei pagani. In quel periodo il culto pagano conviveva con quello ebraico, insieme ad una religione fino ad allora proibita, il Cristianesimo. E’ in questo contesto storico che si muove Ipazia, interpretata con intensità e passione dall’attrice Rachel Weisz. Figlia del filosofo e matematico e direttore della Biblioteca, Teone (Michael Lonsdale), Ipazia è adorata dai suoi studenti che pendono dalle sue labbra quando spiega, come vediamo nell’incipit, adoperando un fazzoletto, la sua teoria sulla forza di gravità, il moto dei corpi che, in caduta, non è circolare bensì lineare. E’ una giovane donna che conserva dentro di sé la cultura del Mondo Antico, una preziosa cultura da tramandare mentre i cristiani in ascesa, guidati dal vescovo Cirillo (Sami Samir), propongono la loro presenza a dispetto delle altre religioni governanti in Alessandria. Ben presto, il fanatismo religioso provoca conflitti e mucchi di cadaveri nelle strade mentre due studenti si contendono il cuore di Ipazia: Oreste che lavora al ruolo di prefetto versus il suo giovane schiavo, Davo (Max Minghella), che amerà la donna segretamente nonostante la sua decisione di arruolarsi tra i cristiani e partecipare alle rivolte.

In occasione della distruzione della Biblioteca del Serapeo da parte della setta cristiana dei Parabolani, dove Teone rimane ferito alla testa, molti pagani si convertono, mentre Alessandria attraversa un periodo di pace. Ipazia non rinuncia ai propri insegnamenti e alle ricerche sul cosmo e, nel frattempo, l’Impero Romano si lacera al suo interno (con la contrarietà di molti cristiani) mentre l’Ordine dei monaci parabolani prende a sorvegliare la popolazione ebraica, divenuta per loro una minaccia da affrontare. Voluta dal vescovo Cirillo, la tragica fine di Ipazia è atroce: il suo corpo viene mutilato e i suoi resti vengono trascinati per le strade finendo poi bruciati.
La presenza del sangue è uno dei leit-motiv simbolici in Agora: in una sequenza, Ipazia mostra ad Oreste, che le aveva dichiarato pubblicamente il suo amore, un fazzoletto sporco del sangue del suo ciclo mestruale di donna ancora vergine: il dono del fazzoletto macchiato è un gesto di rifiuto, di quell’armonia (evocata dal discorso di Oreste) che non può esserci. Il fascino maieutico di Ipazia contagia i suoi studenti, incantati dal modo in un cui ella riesce a spiegare le teorie dell’ellissi e della iperbole: fra questi, oltre Oreste, c’è Sinesio (Rupert Evans), in seguito divenuto vescovo di Cirene, capace di mantenere nel tempo un rapporto di affinità epistolare con lei. Tale amicizia è sintetizzata nel film attraverso la sequenza del ritrovarsi dei due all’interno della Biblioteca distrutta con un dialogo vivo, solidale, intenso. Quest’ultima sequenza è una licenza poetica del regista poiché, in verità, la morte di Sinesio avvenne prima di quella di Ipazia. Un altro personaggio importante della vicenda è quello del monaco Ammonio, interpretato dall’attore palestinese Ashraf Barhom, uno dei leader dei Parabolani il cui tratteggio psicologico è delicato perché si tratta di una figura che condensa il meglio e il peggio del Cristianesimo, colui che scagliò la prima pietra contro il prefetto Oreste.
Film complesso dal punto di vista della ricostruzione storica, dato che il periodo narrato è uno dei più controversi dell’antichità, Agora merita una visione non distratta, al di là dei suoi meriti spettacolari e del suo pathos profuso, per la proposta che conduce un’approfondita riflessione sul rapporto religione e scienza. Amenábar ci ha dunque regalato un film profondo, commovente, coraggioso, profondamente sincero, con primi piani intensi e sequenze di largo respiro all’insegna dello spettacolo intelligente e colto che è dote assai rara di questi tempi.

© 2010 reVision, Francesco Puma