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Leoni per Agnelli

Lions for Lambs - 1h 30'

Regia: Robert Redford



Robert Redford è uno di quelli che invecchia con fierezza. Mai corrette dal lifting, le sue rughe sono da sapiente almeno quanto quelle che solcano i tratti del grande Clint Eastwood; sono rughe democratiche, simili a quelle ostentate dalla sessantenne Hillary Clinton, intraprendente candidata alla presidenza Usa che fa della sua normalità un’arma elettorale comunicando segnali di saggezza e di equilibrio.
Se fosse ancora tra noi, a queste rughe da prima pagina il grande Roland Barthes dedicherebbe un nuovo capitolo dei suoi "Miti d’oggi", simile a quello che scrisse analizzando l’emblematico ciuffo "troppo americano" di Marlon Brando nello shakespeariano Giulio Cesare di Mankiewicz. Che l’America abbia bisogno di grandi vecchi capaci di giudizi equilibrati e di moderazione nella teoria e nella pratica è un dato culturalmente evidente: troppi eccessi e troppi colpi di testa hanno segnato la società e i governi di Bush del dopo 11 Settembre, e le ferite che si sono aperte, in conseguenza di politiche sciagurate, ancora sanguinano. L’emorragia è stata ampiamente raccontata sul grande schermo da parte di alcuni cineasti che sembrano aver ritrovato il vigore polemico che animò la grande stagione degli anni Settanta. E adesso uno dei miti di quel periodo, Redford appunto, si fa interprete creativo dei nuovi bisogni della "meglio società Usa" dirigendo con maestria un film assai particolare che ha per tema il nuovo bisogno di dialettica e di democrazia nelle istituzioni di un Paese fuori asse, bisognoso di ridefinirsi in quanto libero nella sua politica estera, nelle strategie dei media, nell’applicazione dei suoi antichi principi costituzionali.

Denunciando il proprio impianto teatrale, Leoni per Agnelli è un robusto film da camera, un blockbuster indipendente e coraggioso, elegante e sobrio, tutto affidato al carisma dei suoi interpreti. A produrlo (rilevando il marchio della defunta United Artists) è Tom Cruise che qui troviamo nel ruolo del senatore Jasper Irving, pronto a bruciare le tappe per arrivare al trono presidenziale, determinato fino al cinismo nel pianificare un’inedita, letale tattica "preventiva" per una nuova offensiva in Afghanistan. La sua foga carrierista è davvero "a prova di errore" ed egli è pronto a confutarla di fronte alla giornalista televisiva Janine Roth (Meryl Streep), convocata nel suo ufficio perché ritenuta sufficientemente ambiziosa e spregiudicata, adatta quindi a gestire uno scoop assai pericoloso. Il dialogo tra i due è una specie di gioco delle parti che presto si trasforma in un duetto tra gatto e topo: la donna appare poco convinta dalle sibilline motivazioni dell’interlocutore, così resiste e usa tutti i mezzi per far luce su una verità ambigua, manipolata da interessi politico–economici gestiti da imperscrutabili poteri paralleli.

Il film non usa metafore, gioca di fioretto ma affonda la sua lama nel cuore del lato oscuro del Sistema e della sua perversa ideologia votata all’affermazione del primato (politico, culturale, economico) a qualunque costo. La cronaca di oggi è Storia antica, quella che riguarda il potere e le sue maschere, ma anche i valori fondanti della società che tale potere gestisce. Spostando l’obiettivo da Washington a Los Angeles, Redford regista riserva a se stesso la parte di Stephen Malley, docente universitario della West Coast University che convoca nel proprio ufficio un suo studente, Todd (Andrew Garfield), talento sicuro per la carriera politica, svelto di lingua ma improvvisamente preda di svogliatezza e pericoloso disincanto. Come un novello Socrate, tentando di recuperare la propria vena idealista, il professore impartisce una vera e propria lezione di morale all’allievo pronto ad abbandonare gli studi, utilizzando i simboli del titolo, gli "agnelli" a rappresentare i mediocri da contrapporre ai "leoni". Il problema sta proprio in coloro che dovrebbero rappresentare quest’ultima categoria: i "giovani leoni", disposti ad incarnare l’America degli ideali positivi e propositivi, una volta instradati dall’insegnamento dell’illuminato Stephen, si trasformano in carne da macello. Prendendo alla lettera l’invito a non restare indifferenti a ciò che accade intorno a loro, il nero Arian (Derek Luke) e il messicano Ernest (Michael Peña), studenti di Malley, hanno deciso di arruolarsi, per pagare i propri studi e servire il Paese al quale sentono di appartenere, finendo in Afghanistan per una missione militare organizzata proprio dal senatore Irving, e rimanendo ben presto intrappolati sull’impervio fronte montagnoso ad affrontare i talebani. Di buone intenzioni è lastricata la strada dell’Inferno sembra suggerirci, tra l’altro, la parabola bruciante ed attualissima di Redford.

Qual è il confine tra la teoria e la prassi in questa nostra "era della turbolenza" (come l’ha definita l’economista Alan Greenspan) nella quale le "guerre invisibili", governate da tentativi di manipolazione massmediatica dell’opinione pubblica, somigliano a quelle descritte da un ufficiale tedesco della Grande Guerra dove "i soldati britannici" apparivano "leoni comandati da agnelli, uomini coraggiosi ed impavidi nelle mani di stupidi incompetenti"?. Niente di nuovo sotto il sole buio di un’America risvegliatasi dall’incubo dell’attentato alle Twin Towers a seguito del quale, come dice nel film la giornalista Roth, "tutto il mondo era come noi", per poi aggiungere: "Dopo sei anni, non è mai stato così scomodo essere americani".
L’Afghanistan e l’Iraq, teatri di un conflitto senza fine, sembrano essere diventati l’emblema di una piccola grande apocalisse che rimanda a quella, mai dimenticata, del Vietnam: stessa ostinazione bellicista, stesse pratiche depistanti, stessa ipocrisia ideologicamente autolesionista. Ma se ogni Apocalisse conduce, oltre alla distruzione, i crismi di un’auspicata rinascita, ecco che film come questo, testimonianza di un dibattito vibrante capace di scuotere l’anima stessa della nostra comune civiltà, si fanno promotori di un metodo attraverso il quale fondere un rinnovato sentire, una nuova etica collettiva. Nessuno può tirarsi indietro: i giovani leoni dovranno imparare a decifrare le parole dei padri, dovranno misurarsi ad interpretarle correttamente, senza mai illudersi di poterne fare a meno.

Preferiamo non commentare il dato della tiepida accoglienza riservata a questo pregevole esempio di cinema civile in occasione della sua presentazione nel corso della recente Festa di Roma. Leoni per Agnelli è vibrante ed intelligente, costruito sull’impianto meditato di una sceneggiatura di ferro affidata a Matthew Michael Carnahan (autore del copione di The Kingdom, thriller politico che affronta il tema del terrorismo in Medio Oriente, prodotto da Michael Mann e diretto da Peter Berg che in questo film di Redford interpreta il ruolo dell’ambiguo colonnello Falco). La fotografia di Philippe Rousselot definisce le architetture di questo dramma da camera, mettendo a fuoco i particolari degli interni delle due stanze e consentendo ai volti degli attori di stagliarsi con evidenza, staccandosi poi nell’esterno notte dell’Afghanistan nevosa ricostruita in California. La partitura musicale di Mark Isham sottolinea le drammatiche dissonanze soprattutto nel corso del montaggio ad incrocio dove vediamo i due studenti – militari prima nell’aula universitaria e poi nel momento della loro esecuzione per mano dei talebani. Va sottolineato poi l’apporto degli interpreti, particolarmente ispirati per un’occasione al di fuori degli standard consueti: il buon vecchio Redford offre al suo Malley accenti accorati e una composta euforia che rimanda alla memorabile prestazione di Tutti gli Uomini del Presidente; Tom Cruise è bravissimo a gestire la ferina ambiguità del senatore, imponendosi un ritmo serrato che apparenta questa sua prova a quella offerta per Collateral. C’è poi Meryl Streep che giganteggia nel ruolo della giornalista impegnata nel raffinatissimo confronto dialettico (da manuale di retorica) col senatore: lo fa con un’interpretazione di luccicante verità, giocata tutta di microespressioni ad indicare le incertezze di una coscienza turbata. Una delle ultime immagini che il film propone è proprio quella di Janine Roth commossa davanti ai giardini di pietra dei caduti, decisa a rinunciare all’occasione dello scoop, in nome di quei principi che hanno trasformato in leoni gli agnelli di quel paese del sogno e dell’incubo chiamato America.

© 2007 reVision, Francesco Puma