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Agata e La Tempesta1h 58'
Regia: Silvio Soldini Un film "rotondo", affollato di corpi curvilinei: percorsi ciclistici, ruote di bicicletta, di carrozzine e di automobili predestinate
allo scontro, vorticosi girotondi di modelle, uova, lampade, lampadine, il pancione di Giuseppe Battiston, i decolleté generosi di Licia Maglietta... Figure eterogenee
avvolte da carrelli circolari e un soffuso realismo magico. É questo il mondo della libraia Agata, la cui presenza scatena cortocircuiti elettrici e fiabeschi, lungo i
quali ogni uomo può incontrare il proprio fratello segreto, padre perduto, sosia inconsapevole. C'è un Soldini melanconico (Un'Anima Divisa In Due, Brucio Nel Vento) il cui cinema esplora la pausa, la sincope nello sguardo, la deriva del racconto; e c'è un Soldini giocoso (Pane e Tulipani), denso di colori sgargianti e deviazioni oniriche, giostre narrative, piccola borghesia di provincia e pulsioni di fuga. Agata e La Tempesta sembra voler unire lo stile del primo con le tematiche del secondo, voler girare una commedia romantica con le cadenze distese di un dramma esistenziale. Tale ibridazione provoca in vari momenti una mancanza di tempismo, un (non voluto) effetto di "ralenti": sequenze che non si chiudono, che indugiano sulla bella immagine, su uno sguardo intenso dell'interprete, sulla notazione d'ambiente... E spesso dietro ogni risata smorzata vi sono cinquanta fotogrammi di troppo. Forse Soldini (da quel bravo autore che è, da quel grande autore che potrebbe diventare) è convinto che simili problemi siano crucci da mestierante, che non sfiorano
neanche da lontano la sua poetica d'artista. Ma quando si parla di commedia, stile ed economia dei tempi sono la stessa cosa. Perché un ingranaggio funzioni, e ogni ruota
sia ben oliata, è questione di Ritmo: saper cogliere il respiro interno della scena, saperla tagliare nell'attimo in cui l'ultima battuta si è appena consumata, prima
ancora che l'orecchio l'abbia assimilata (Caterina Va In Città è l'ultimo splendido modello di questa tecnica). La ronde di Soldini, invece, sa volteggiare vivace
solo nella prima parte; mentre nella seconda, l'ansia di completare il tragitto prestabilito e far combaciare ogni simmetria la fa girare a vuoto come un motore ingolfato.
Ad esempio, la morte di Battiston/Romeo a dieci minuti dalla fine è drammaturgicamente inutile; e tutto il finale sull'aereo di ritorno dal Giappone (solo per mostrare che
la vedova di Romeo si è operata ed è tornata a camminare) è superfluo fino all'assurdo. Tanti personaggi simpatici, originali, ma troppi. La sceneggiatura si ostina a seguirli tutti, si affanna, e in molti passaggi si scorge il "ricalco". Nostalgie bucoliche stile Germi-Mazzacurati. Coincidenze fotografiche stile Kieslowski. E di fronte ad amanti paralitiche, modelle nevrotiche, pittrici ninfomani, psicologhe televisive immerse in set oriental-pacchiani, scenografie dove non si rimpiange nessun colore, difficile non pensare ad Almodovar. Quando Agata fugge in un cinema e si ritrova davanti un melodrammone interpretato da lei stessa e dalla sua collega di libreria, difficile non pensare a Parla Con Lei. Ciò perché Agata e La Tempesta è un'esca alla ricerca di nuovi pubblici, gettata un po' in tutte le direzioni. © 2004 reVision, Dante Albanesi |
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