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Piccoli Affari SporchiDirty Pretty Things - 1h 47'
Regia: Stephen Frears Traffico clandestino di organi, immigrazione, razzismo. Thriller, melodramma, giallo, denuncia
sociale. Un cocktail complicato che se ben fatto è gradevole e aiuta ad amplificare i sensi, ma se gli ingredienti non si amalgamano
come dovrebbero lascia solo un sapore indefinito, ti sbronza e ti accascia miseramente. Questo è l’ultimo film di un regista discontinuo,
con all’attivo eccellenti opere, a volte deludente e che emerge in quel cinema della British Renaissance anni Ottanta - per una coincidenza
se consideriamo che fu relegato in tv fino all’84 dopo essere stato assistente tra gli altri di Reisz e di Anderson - dalle molte contraddizioni,
più un fuoco di paglia che una vera rinascita, in una Gran Bretagna alla ricerca di una nuova Swinging London come la prima più apparente
che reale - e il direttore della fotografia di Piccoli Affari Sporchi, Chris Menges, ne sa qualcosa visto che nei "gloriosi" Sixteen
lavorava con Ken Loach.
Londra. Tassista e portiere di notte in un albergo malfamato, Okwe (Chiwetel Ejiofor) divide la sua squallida stanza con Senay (Audrey Tautou), una ragazza che fa le pulizie nello stesso albergo. Entrambi sono immigrati clandestini, lui un medico nigeriano, lei una turca in attesa del permesso di soggiorno. Una notte Okwe scopre nell’albergo un traffico di organi. Come può un clandestino denunciare alla polizia un traffico illecito e immorale? Non può, e allora si rimbocca le maniche e comincia a investigare, ma ad ostacolarlo c’è Sneaky (Sergi Lopez), direttore dell’albergo, il cattivo della situazione. I drammi e la deriva morale di una società decadente sono soffocati dallo sviluppo in chiave thriller di un tema tragico e attuale, dove le
vicende personali di Okwe e Senay non assurgono a esemplificazione di una condizione condivisa, estesa, universale. Sacrificato agli altari del
genere - le cui lacune si ravvisano in un cattivo che non lo è abbastanza, in Okwe che anticipa soluzioni togliendo allo spettatore il piacere
dell’investigazione, - il tema sociale si riduce fino a diventare individuale, e il traffico d’organi funzionale alla vicenda ma non affrontato
quale materia di denuncia (eppure l’interesse di Frears per il sociale e il multirazziale ha concepito l’ironico My Beautiful Laundrette
e la sua personale drammatica visione del thatcherismo di Sammy e Rosie Vanno a Letto).Frears si perde in questo labirinto di intenzioni e tentazioni con il risultato di non riuscire né in un senso né nell’altro. Perduta la tensione del thriller, vanificato lo sforzo investigativo, superato a piè pari l’impegno sociale, la centrifuga micidiale galleggia in superficie, orfana dei pur interessanti spunti iniziali, lasciandosi dietro solo la tenera storia d’amore di due persone perdute in un altrove orripilante, il cui degrado è palpabile in quei pezzi di corpi trucidati in nome del dio denaro. Ma beninteso questa è un’altra storia. © 2003 reVision, Emanuela Liverani |
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