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Adanggaman1h 29'
Regia: Roger Gnoan M'Bala"Questo film è all'insegna della memoria. Forse era giunto il momento di parlarne, per noi e per gli altri. (...) riapriamo questa ferita storica. (...) Per perdonare, ma anche per non dimenticare mai". Roger Gnoan M'Bala Africa Occidentale, divenuta tristemente famosa come "costa degli schiavi". Diciassettesimo secolo. Ossei, figlio di N'Go, capo
degli anziani di un villaggio, fugge ribellandosi al padre che vuole costringerlo a sposare Adjo. Durante la notte il villaggio è devastato dalle guerriere di
Adanggaman, le quali, dopo aver compiuto una carneficina, deportano il resto della popolazione. Ossei nel tentativo di liberare sua madre, cade nella trappola di
Adanggaman ed è a sua volta fatto schiavo.
Un uomo urla: "Sono un uomo libero!" mentre è legato e zittito con una maschera di ferro. Quelle che umiliano, uccidono, deportano sono delle amazzoni, rapite da bambine
ed addestrate per volere del tiranno Adanggaman. Chi strappa da un'esistenza libera degli esseri viventi è africano. Favorito dalla nascente colonizzazione europea,
Adanggaman si paragona ai suoi "colleghi" bianchi, beve rum, decide della vita e della morte altrui, s'identifica quale appartenente ad una razza superiore, ha organizzato
il suo regno in regioni ognuna con i suoi viceré. Adanggaman vende i migliori schiavi agli europei: alcuni, i più forti, sono destinati alla lunga traversata oceanica
verso le Americhe, altri andranno a servire i colonizzatori, il resto è ucciso. Il destino del re esplica il suo presunto potere: sarà venduto da un subalterno e diverrà
cuoco a St. Louis con il nome di Walter Brown. Anche N'Go, padre di Ossei, avrà un destino simile. Innamorato di Ehua, figlia di uno schiavo, Ossei è destinato dal
padre a Adjo, di nobile stirpe. Le motivazioni dell'imposizione di N'Go, frutto dell'antica gerarchia del villaggio, sono vanificate in una notte. Un altro potere lo
ucciderà distruggendo il suo ordine, facendo di sua moglie e di suo figlio degli schiavi, dei paria.
E' un sottile equilibrio quello che distingue nobiltà e schiavitù, libertà e prigione. La sequenza dei valori e dei poteri posti in gioco dalla Storia, annulla ogni
certezza, produce una catena di eventi correlati potenziando, in tal modo, un infinito dramma di opposizioni, di contraddizioni.
Mawa, l'amazzone che ferisce Ossei, è figlia di chi in seguito lo cura e predice tempi bui per il popolo, la stessa Mawa con cui Ossei tenta, invano, di ricominciare.
Anche Ossei attraverserà l'oceano, gli sarà imposto (qui come ribellarsi?) un altro nome, si sposerà da schiavo ed avrà cinque figli. Morirà vecchio senza ritrovare la
libertà.Legge del contrappasso, si potrebbe definire questa spirale che si dipana come in un moto perpetuo oltre i confini di un mondo che è il nostro mondo. In tanta tragedia i disperati sono vegliati da figure pietose (pittorica, quasi caravaggesca, se non fosse una definizione eurocentrica, l'apparizione di entità che si manifestano nel buio della notte portando luce, forse speranza) che raccolgono i cadaveri, ne danno sepoltura e si occupano del loro spirito. La Costa d'Avorio, come altri Paesi africani, si libera del cinema colonialista negli anni Sessanta in concomitanza dell'avvenuta indipendenza. Da allora nasce la cinematografia ivoriana, dedita per lo più alla produzione di commedie, dove Roger Gnoan M'Bala opera da alcuni anni. Andaggaman è il suo primo lungometraggio drammatico. Film necessario, dunque. L'Africa oltre trent'anni or sono ha iniziato a raccontarsi per immagini, ora interroga il suo passato utilizzando un linguaggio universale ancorché sconosciuto ai più per stile, per culture (plurale d'obbligo), per importanti sfumature che appaiono alle persone in sala ironiche (i sorrisi pressoché caricaturali di Mawa e Ossei felici del loro piccolo e fragile paradiso), ma che evidentemente per chi narra la vicenda non lo sono. Delineato in modo impietosamente sarcastico, è, invece, Adanggaman, un presuntuoso seduto su di un trono di legno, con un teschio per corona, con una tibia come scettro, figura di cartapesta come il suo regno. © 2001 reVision, Emanuela Liverani |
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