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Le Mele di AdamoAdams æbler - 1h 36'
Regia: Anders Thomas Jensen In quel di Danimarca non c’è solamente Lars von Trier con quello che rimane del suo Dogma. L’impasto, assai suggestivo, di atmosfere
strindberghiane e di umori melò alla maniera ottocentesca, però filtrati dalla lezione hollywoodiana e dalle successive riletture degli anni settanta (il riferimento a
Fassbinder è obbligatorio), ha generato una interessante serie di opere, imponendo lo stile di parecchi nipotini di Dreyer. Alla ribalta arriva adesso un giovane regista
di talento, Anders Thomas Jensen, con all’attivo un discreto numero di sceneggiature scritte per Kristian Levring (Il Re è Vivo), Søren Kragh-Jacobsen (Mifune –
Dogme 3) e Susanne Bier (Open Hearts e Non Desiderare la Donna d’Altri). Da regista, Jensen ha diretto tre film, (i primi due, Flickering Lights
e The Green Butchers nonostante gli apprezzamenti di pubblico e critica rimangono ancora inediti da noi). Questo suo ultimo, Le Mele di Adamo, forte di una
buona esposizione in vari festival, tra cui quello di Toronto e del Sundance (vincitore del miglior film) sia in patria che al Courmayer "Noir in Festival" (una pregevole
manifestazione il cui successo si deve all’attenta direzione di Giorgio Gosetti e della brava Marina Fabbri) esce in sala distribuito dalla Teodora Film di Vieri Razzini,
struttura sempre pronta ad importare le opere migliori dei paesi nordici.
Anche se non privo di atmosfere noir, Le Mele di Adamo è in realtà una commedia surreale a sfondo sociale, che racconta di uno scontro fra le ragioni del Bene e del Male, ma il cui tema fondante è quello della ricerca di una verità nella fede. Il paesaggio in cui si svolge la vicenda è una poco consueta campagna danese (i cui colori cangianti ci sono regalati dall’intelligente fotografia di Sebastian Blenkov), dove è situato un vicariato che funziona come centro di recupero per malattie nervose. Certe situazioni richiamano alla mente un film di Raoul Ruiz di qualche anno fa, Quel Giorno, dove una giovane ereditiera con qualche squilibrio mentale fa amicizia con un uomo fatto evadere apposta dal manicomio per farla uccidere. La tentazione della follia sfiora pure il protagonista de Le Mele di Adamo, il pastore protestante Ivan (attore straordinario, questo Mads Mikkelsen) che trova però rifugio nella fede per esorcizzare le numerose disgrazie che lo hanno colpito, gli abusi subiti in gioventù dal padre, la nascita di un figlio spastico, l’improvviso suicidio della moglie fino alla malattia tumorale che gli sta divorando il cervello. Il suo rifugiarsi nel lavoro al centro di recupero che gestisce è un quotidiano esercizio di straniamento dalla realtà, un cul de sac angoscioso. Adam (interpretato da Ulrich Thomsen, il biondo di Festen e L’Eredità, qui irriconoscibilmente senza chioma, tranne che nel finale) è un neonazista appena uscito di prigione che si presenta da Ivan. Per convincere l’uomo ad accettarlo nella struttura di recupero, Adam comunica il suo desiderio di poter realizzare una torta di mele, raccolte dall’albero più grande del giardino. Ivan accetta la derisoria sfida molto seriamente, al punto da convincersi che ogni ostacolo intervenuto ad impedire la confezione della torta fatale sia dovuto all’influenza del Maligno. Non sfuggano ai più dotti i riferimenti biblici, a partire dal simbolo della mela, frutto del peccato,
fino all’inquietudine insinuata dal verbo di Giobbe e del suo Libro (in Italia mirabilmente tradotto, tra gli altri, da Guido Ceronetti). Il richiamo a queste scritture
alte rende ancora più emblematico lo scontro tra le identità malate del pastore Ivan e del suo antagonista-complice. Uno scontro che arriva alle sue estreme conseguenze
quando il giovane neonazista infierisce con le botte sul fisico già provato dell’uomo che lo ha accolto. La metafora di Giobbe, come ci insegnano anche le numerose riletture
novecentesche, non richiama soltanto la virtù della pazienza ma anche quella del dubbio. Il dubbio o, meglio, l’incertezza circa il silenzio di Dio e la necessità del Male.
Il Dio che, forse, si è distratto mentre si consumavano gli orrori della Shoah, lo stesso Dio che "permette" il tormento e la morte dei bambini, il misterioso suo disegno
che non prevede facili soluzioni e a cui non possiamo far altro che rimetterci, oggi come ieri nella Storia. L’ascolto che si tramuta in fede, nell’esempio dei grandi portatori
del Bene (una figura novecentesca fra tutte, è quella di Giovanni Paolo II) è la suprema tentazione che ci rende liberi all’interno però di un giogo, quello del vivere, di
cui è impossibile non avvertire la vanità. È questa l’azzardata scommessa su cui si esercitano gli ultimi giorni del pastore Ivan, è questa la meta della sua fuga dal reale:
trovare respiro nel dubbio nella possibilità di un miracoloso riscatto, in grado di salvare la sua vita e quella del giovane ospite. Una torta di mele diviene l’oscuro oggetto
di un desiderio luminoso e salvifico. Perché non basta la ragione a dare significato al dolore (come ci dice questo film attraverso la figura del cinico ma ingenuo dottor
Kolberg interpretato da Ole Thestrup, convinto assertore della onnipotenza della medicina). Perché le onde contrarie del destino possono essere navigate solamente con la forza
concreta dell’amore e della fede in esso. Le Mele di Adamo è un sorprendente apologo ben scritto e recitato con un finale tragicomico, a suggello di una storia ironica
ed evocativa, simile a quelle a cui il cinema dei paesi nordici, nelle sue stagioni migliori, ci ha abituato.
© 2006 reVision, Francesco Puma |
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